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STRATEGIA E TATTICA ATtRAVERSO I TEMPI

La guerra è forse la forma delle varie attività umane che, eccettuati alcuni periodi di decadenza, ha sempre richiesto da parte dell'uomo applicazione di ogni ingegnosità e di ogni risorsa tecnica. Sono, infatti, le armi tra le più antiche testimonianze che l'umanità ha lasciato alla propria attività.

I primitivi hanno costantemente perfezionato l'arte di tagliare la selce e l'osso per farne delle frecce poi delle asce e, infine, delle punte di lancia. E' se queste armi vengono impiegate per procacciarsi cibo, è abbastanza intuitivo che esse siano anche adoperate per risolvere quest­ioni individuali o tribali. Egualmente, i popoli che per primi hanno trovato il modo di lavorare il ferro, forgiano delle armi che consentono loro di sottomettere i loro vicini meno avanzati.

Esiste dunque una stretta interdipendenza tra le proprietà dell'arm­amento e le forme di lotta d'una data epoca, anche se le attuali ricerche non ci pare precisino ancora esattamente questo legame. Logicamente, l'arte della guerra ha subito varie trasformazioni, strettamente connesse al miglioramento del materiale, con la conseguenza d'un corrispondente cambiamento anche ne1 sistema di comando delle truppe.

Lo studio di questa doppia evoluz­ione presenta dunque un interesse immenso, ma la mole del soggetto, non comprimibile in un semplice articolo di rivista, ci porta necessariamente a limitare il nostro discorso solo a qualche sistema che almeno a nostro modo di vedere, ha durevolmente influenzato la storia della guerra.

 

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DAI PRIMI SCHIERAMENTI  ALLA FALANGE MACEDONE - LEGIONE ROMANA GUERRA MEDIOEVALE - ARMI DA FUOCO
IL SEICENTO
- L'EPOCA NAPOLEONICA - I^ GUERRA MONDIALE - II^ GUERRA MONDIALE - CONCLUSIONE

 

 

 

 

 

 

 

DAI PRIMI SCHIERAMENTI  ALLA FALANGE MACEDONE

 E' facilmente intuibile che le prime guerre degli uomini sono esclusivamente una questione di pura e semplice forza bruta; guerre atletiche potremmo chiamarle. In seguito, anche per il continuo miglioramento delle armi, appare sempre più necessario studiare sia il tipo di armamento, sia il tipo di schieramento che, pur garantendo la massima flessibilità offensivo-difensiva, renda contemporaneamente difficili le possibilità di approccio del nemico. Così, per il soddisfacimento di queste esigenze l'arte militare inizia i suoi primi progressi.

E' alla falange greca, ovvero all'­istituzione militare più antica presso i popoli civilizzati, che noi dobbiamo guardare come prima razion­ale espressione dell'arte della guerra.

La scoperta e l'impiego della lancia porta, conseguenzialmente e logicamente, a una forma di schieramento che si può definire "a quadrato pieno": sedici uomini, disposti per quattro su ciascun lato e con la possibilità, per quelli del centro, di proteggere con la propria arma sia essi stessi, sia coloro che stanno loro innanzi. In cammino specie quando si presenta la necessità di superare strettoie, questi sedici uomini procedono in fila: quattro di queste file affiancate prendono il nome di tetrarchia.

Lo schieramento in battaglia della tetrarchia (sessantaquattro uomini) presenta due soluzioni: un rettangolo di sedici uomini di fronte e quattro in profondità, oppure un "quadrato pieno" di otto uomini in ogni senso, anche se questo secondo tipo di schieramento, implicando un marcato perfezionamento della lancia (specie sotto l'aspetto dell'adozione del ferro), viene probabilmente in data posteriore.

Il graduale perfezionamento dell'arco con la sua possibilità di colpire a distanza, dilata enormemente i termini del problema, imponendo un adeguamento continuo e pressante a ogni futuro schieramento di battaglia.

Se la sarissa greca e il pilum romano sono il perfezionamento finale della lancia, l'adozione della freccia porta ad uno sviluppo in profondità dello schieramento; sviluppo che prende il nome di sintagma. La sintagma, formata da quattro tetrarchie, si sviluppa in un "quadrato pieno" di sedici uomini m ogni senso.

Tuttavia, è chiaro che le dimensioni della sintagma sono calcolate in base alle possibilità delle armi da getto, il cui lancio avviene a opera di volteggiatori armati alla leggera (specialità questa nata con l'avvento dell'arco), che di norma operano stando alla spalle delle schiere più pesantemente armate.

La falange, con l'andar del tempo, viene  subire mutamenti e adeguamenti; è questo il caso della battaglia di Maratona dove i Greci, in numero molto ridotto rispetto ai Persiani, sono costretti a ricorrere alle risorse dell'arte. Gli scudi, che ricoprono quasi interamente l'uomo, e le lunge lance che formano un istrice quasi inespugnabile.

Questo tipo di schieramento senza intervallo non supera mai i 4096 uomini (256 uomini fronte su sedici righe di profondità), portando così la consistenza della falange a circa 6000 uomini, truppe leggere e ausiliarie incluse.

Ed è appunto con Maratona che la guerra comincia a prescindere dalla quantità, per basarsi piuttosto sull'addestramento e sulla saldezza del morale; meno di duecento le perdite tra gli addestrati e disciplinati sodati greci. Oltre seimila tra le eterogenee fanterie asiatiche dell'esercito persiano.

E' però il genio di Alessandro Magno che, pur sfruttando i miglioramenti che suo padre Filippo ha portato alla falange, porta questo sistema al suo più alto grado di perfezione.

La guerra che egli conduce in Asia con un esercito non superiore ai 40.000 uomini dimostra che, soltanto disponendo di armi e di soldati perfettamente rispondenti ai propri scopi, si può pianificare una strategia, anche lontano migliaia di chilometri dalle proprie basi evitando nel contempo che insorgano le regioni che via via ci si lasciano alle spalle.

Sotto Alessandro, la falange viene ad ascendere a quasi 13.000 uomini, sempre compresi i combattenti fuori dei ranghi, sia montati che appiedati. E' la difalangarchia portata al suo massimo grado efficienza.

Le medesime caratteristiche del terreno, sul quale il re di Macedonia opera durante la sua campagna contro l'impero persiano, consentono di ravvicinare due difalangarchie. Le due falangi semplici che le compongono restano l'una di fianco all'altra, raddoppia soltanto l'intervallo tra la seconda e la terza. Questa combinazione prende il nome di tetrafalangarchia e rappresenta l'ultimo termine di accrescimento della formazione falangita.

La falange macedone, è bene sottolinearlo, non si giova di armi rivoluzionarie, ma è piuttosto il suo schieramento di battaglia che le consente di trarre il miglior partito all'impiego di queste, principalmente della sarissa. La sarissa, lunga circa 7,30 m, quando viene abbassata per l'azione sporge di oltre 5 m. fuori della prima riga, col risultato che, correndo un intervallo di circa 60 cm tra ogni schiera, le lance delle cinque righe posteriori sporgono innanzi a ciascun uomo della riga frontale.

Tutte le altre specialità appiedate della falange (peltasti, arcieri, frombolieri, giavellottieri), pur operando nel medesimo contesto tattico, non sono che dei semplici ausiliari, restando tutta la potenza della formazione concentrata nella fanteria pesante (opliti) che appunto forma la falange. La cavalleria stessa (Catafratti, Greci, Sarissofori) si limita a proteggere i fianchi dello schieramento oplita e, quando se ne presenta l'opportunità, cerca di trarre il massimo successo dall'opera di disarticolamento delle schiere nemiche già posto in opera dalla falange, contro la quale si sono ripetutamente infranti i tentativi del nemico. Questo anche nel caso si tratti dei due scelti corpi di 1.500 corazzieri catafratti, un macedone l'altro tessalo, impiegati da Alessandro Magno nella battaglia di Arbela.

 

 

LA LEGIONE ROMANA

 

Mentre Alessandro si accinge a sottomettere la Persia, cominciano a intravedersi sulle rive del Tevere i primi segni di quella che sarà poi il simbolo della potenza militare di Roma: la legione.

La legione nasce e si sviluppa in posizione antitetica rispetto alla falange: essa, infatti, contrariamente all'ordinamento greco-macedone, è essenzialmente una formazione offensiva tesa a sfruttare gli effetti ch'essa porta alle schiere avversarie.

Ma esiste un altro fattore della massima importanza a vantaggio della legione: la sua flessibilità tattica che si identifica poi in una superiore flessibilità strategica. La falange, infatti, è essenzialmente una formazione tattica - la campagna di Alessandro contro l'impero persiano, recando i germi del genio, è un caso a sé stante, e sarà soprattutto la tattica a essere completamente rovesciata dall'avvento della polvere da sparo. La strategia, invece, fino al binomio della II^ G.M. carro armato/aereo, avrà un cammino ineguale ma senza scosse.

La legione romana  passa attraverso varie riforme, particolarmente importanti quelle di Caio Mario e di Alessandro Severo, ma non è tanto importante soffermarsi sull'entità quantitativa e qualitativa delle sue varie componenti, quanto piuttosto considerare le sue possibilità che la rendono lo strumento bellico per eccellenza, potente e flessibile a seconda delle circostanze.

 

1)    La legione dopo la riforma di Mario. In luogo dei trenta manipoli abbiamo dieci di 500 uomini ognuna e schierate su una profondità maggiore della fronte.

2)    La legione degli Antonini con alla testa la coorte doppia o miliare.

3)    Probabile schieramento della legione-falange o falange-legionaria di Alessandro Severo formata da 6 legioni contigue. Questo tipo di schieramento implica necessariamente l'allungamento delle coorti e la sistemazione, sui lati dello schieramento, di macchine belliche  delle quali si iniziava a fare largo uso.

1)    Manipolo di principi o di astati secondo le dimensioni (12 uomini di fronte e 10 di profondità) vigenti ai primi tempi della legione. Gli ufficiali, indicati dalle lettere, sono il centurione (A), il capitano (B) e gli ufficiali scelti (C e D).

2)    Torma di cavalleria romana (32 uomini) La lettera E indica il comandante e la lettera F il comandante in seconda

3)    La legione in linea di battaglia, secondo l'organizzazione e fino ai tempi di Mario e Silla. Dieci manipoli di astanti (4) a intervalli l'uno dall'altro. Dieci manipoli di principi (5) di consistenza eguale a quella astati, ma con la differenza che agli spazi vuoti fanno fronte quelli pieni e viceversa. La terza e ultima riga (6) é quella dei triarii i cui manipoli sono di 60 uomini (6 di fronte e 10 di profondità). Da questa tavola si nota facilmente che gli astati, nel caso subiscano gravi perdite, possono trovare riparo negli intervalli dei principi e formare cosi un'unica linea: Duplex Acies in Frontem.

Per suffragare questa tesi, prendiamo, per esempio, le campagne galliche di Giulio Cesare.

Le milizie di cui il condottiero si trova a disporre lo autorizzarono alla massima audacia. I Romani, che durante il combattimento manovrano come in una piazza d'armi, hanno facilmente ragione di folle inorganiche e indisciplinate dove ciascuno combatte per conto proprio.

Lo stesso armamento offensivo-difensivo non può che dare ai Romani un netto vantaggio: il giavellotto (pilum), che i legionari lanciano alla fine della carica, e la cui punta di ferro rende inutilizzabili gli scudi dei Galli, la corta spada che, con la sua possibilità di colpire di punta e di taglio, rende nel combattimento ravvicinato in misura molto maggiore che non la lunga spada a punta mozza degli avversari; le protezioni passive d legionario (corazza, scudo, elmo schinieri) che indubbiamente contribuiscono a diminuire le perdite.

Una simile superiorità tecnica di addestramento non può che consentire a Cesare la massima audacia. La medesima idea di intraprendere la conquista di un grande paese con non più di 50.000 uomini, denota un’estrema sicurezza in se stesso e nell'organismo al suo comando.

Le sue manovre sono estremamente semplici, diremmo ovvie. Non appena Cesare decide di sottomettere una popolazione, egli marcia contro di essa con una velocità quasi impensabile anche ai nostri giorni. Una volta giunto, nelle dirette prossimità degli accampamenti nemici, egli preferisce prudenzialmente giovarsi della capacità romana nell'arte delle fortificazioni campali, per costringere il nemico ad attaccarlo allo scoperto.

La netta superiorità dei Romani permette a Cesare di venir anche meno a uno dei canoni dell'ortodossia militare: quello del "concentramento delle forze". In caso di necessità egli non esita a distaccare alcune legioni isolate, per sottomettere altre regioni in rivolta. Se uno di questi raggruppamenti si trova in difficoltà, accorre poi in suo aiuto con qualche unità mantenuta in riserva.

Di norma, dopo esser stata vinta in battaglia campale, l'armata gallica si rifugia in una piazza più o meno ben fortificata. Ma allora la superiorità ossidionale dei Romani non può, alla fine, che assicurare la vittoria.

Le varie campagne di Gallia, dunque, vengono ad assumere i dati caratteristici della conquista coloniale, in cui l'ineguaglianza dell'addestramento e dell'armamento ha il suo decisivo peso.

Cesare dunque, applica integralmente i dettami della "strategia del materiale", adattando i propri mezzi a quelli dell'avversario.

 

 

LA GUERRA MEDIOEVALE FINO ALL'AVVENTO DELLE ARMI DA FUOCO

 

La guerra medioevale è caratterizzata da un'assoluta mancanza di strategia. Il regime feudale ha portato seco un'immensa fioritura di piazzeforti, ma le macchine ossidio­nali dell'epoca, benché estesamente impiegate, sono ancora al medesimo livello di quelle dei Romani. Catapulte, mangani e tutte le altre artiglierie lanciano ancora proiettili di pietra, pressoché imponenti nei confronti di muraglie che raggiungono anche diversi metri di spessore.

Gli assedi, dunque, sono lunghi perché, al fine di ottenere qualche risultato devono principalmente affidarsi al blocco che però, considerata la scarsa quantità degli eserciti dell'epoca, difficilmente riesce a intendere completamente i rifornimenti alla città assediata. Movimenti politici, rivolte o tradimenti sono, allora, forse le più sicure chiavi per penetrare nella città.

La cavalleria pesante è l'arma regina: questa specialità, quasi tra­scurata dagli antichi, ha assunto con l'avvento del feudalesimo un'importanza assoluta, tanto da diventare il termine di paragone e di decisione della guerra. I cavalieri che giudicano la fanteria indegna di combattere, risolvono la battaglia in una serie di scontri individuali con i loro avversari dell'opposta schiera. La fanteria, d'altronde non è che una massa eterogenea di contadini male armati e peggio inquadrati, che viene regolarmente massacrata dalla cavalleria oppure, quando le cose si mettono al meglio, si dedica al saccheggio.

Il cavaliere, pesantemente armato ed equipaggiato, è il sovrano del campo di battaglia. Poco importa che le battaglie medioevali siano completamente prive di manovra: le schiere opposte vengono a contatto frazionandosi in una serie di duelli individuali che altro non sono che una pura e semplice trasposizione del torneo cavalleresco.

E' chiaro, quindi, che un simile sistema di guerra non implica affatto la messa a punto d'una qualsivoglia strategia, restando questa ultima compressa dall'assoluta inefficienza e insufficienza del materiale.

I sistemi  "tattici" dunque, nella loro totalità, circoscritti al singolo fatto d'armi hanno soltanto due nomi: il quadrato dei picchieri e l'impiego degli arcieri.

L'esempio primo di quanto possa una fanteria ben inquadrata e forse quel che ancor più conta, non composta da una massa anonima si ha con la battaglia di Legnano (29 maggio 1176). Qui la fanteria della Lega Lombarda, composta di artigiani e di piccoli borghesi, stretta attorno al Carroccio sostiene l'impeto della pesante cavalleria tedesca tenendola a rispetto con le picche e consentendo così alla cavalleria della Lega, già precedentemente sconfitta, di ricomporsi e di contrattaccare vittoriosamente.

Ma se a Legnano la fanteria lombarda s'è limitata a sostenere quasi passivamente la carica della cavalleria tedesca, alla battaglia di Courtrai (11 luglio 1302) un quadrato di picchieri fiamminghi e anch’essi per la maggior parte artigiani, come già i fanti lombardi a Legnano, passa decisamente all'offensiva, dopo aver vittoriosamente sostenuto gli attacchi della cavalleria feudale di Roberto d'Artois.

Il successo è lampante: 6.000 perdite tra i Francesi, tra i quali lo stesso Roberto d'Artois, anche se bisogna considerare che la cavalleria non ha potuto caricare dato il terreno paludoso e ha dovuto soc­combere, dopo aver scompaginato la prima falange fiamminga, all'assalto immediato d'una seconda schiera tenuta in riserva.

Per quanto concerne gli arcieri, i nomi delle tre grandi vittorie inglesi di Crecy (26 agosto 1346), di Poitiers (19 settembre 1356) e di Azincourt (25 ottobre 1415) sono essenzialmente dovute al grande im­pulso che, sotto il regno di Edoardo I, ha avuto questa specialità, quantunque non si debbano trascurare i vantaggi della posizione scelta dagli Inglesi e la loro superiorità numerica rispetto ai Francesi.

Tuttavia, il fatto più importante di questi scontri è quello che i cavalieri inglesi combattono appiedati, quasi a voler significare la loro inferiorità nei confronti della fanteria almeno di quella specializzata e di cui gli arcieri sono il massimo simbolo.

Tuttavia, come d'altronde abbia­mo già avuto modo di sottolineare, questi successi restano circoscritti al campo di battaglia - unica eccezione Azincourt, però con l'aiuto del tradimento dei Borgognoni che aprono le porte di Parigi a Enrico V d'Inghilterra e gli consentono così di impadronirsi della Francia del nord - e non impediranno ai Francesi di erodere lentamente i domini inglesi di Francia, pur applicando una strategia poco spettacolare.

In conclusione, la strategia medioevale, considerata l'insufficienza del materiale a sua disposizione, è pressoché circoscritta ai singoli fatti d'arme, anche se modificano determinate situazioni tattiche e sebbene, ma solo in caso eccezionale, portino alla perdita di un regno, come il 26 febbraio 1266 con la battaglia di Benevento.

 

 

I PRIMORDI DELLE ARMI DA FUOCO

 

Le armi da fuoco, già prima limitatamente impiegate nella guer­ra ossidionale, cominciano a far la loro comparsa in campo aperto nella seconda metà del 1300. Non si tratta, tuttavia, della rivoluzione che, almeno a prima vista, potrebbe sembrare: l’iniziale limitatezza del loro numero, la scarsità della loro precisione e la rudimentalità del loro impiego ne annullano quasi completamente ogni vantaggio, eccettuato forse quello dell'effetto psicologico su truppe poco solide.

Ai primi del XVI secolo, però, il perfezionamento delle armi da fuoco comincia a far sentire il proprio influsso sui cavalieri che, appunto per proteggere meglio se stessi e le loro cavalcature, appesantiscono sempre di più le corazze. Il cavaliere, trasformato in una vera e pro­pria torre di ferro, comincia a perdere di importanza, per lasciar poi il proprio ruolo ad altre specialità di cavalleria, ma soprattutto al fante.

Il fante non acquista subito una precisa cognizione delle proprie possibilità, per una somma di fattori tecnici ed etici: tecnici per le difficoltà incontrate nel costruire armi portatili efficienti; etici perché l'arma da fuoco viene considerata come mezzo sleale. Le grandi vittorie degli Svizzeri (Grandson, Morat e Nancy) sui Borgognoni di Carlo il Temerario sono state, infatti, vittorie di lancia e spada.

I fanti restano dunque armati principalmente di picca, mentre gli arcieri rappresentano la prima specialità a essere dotata di armi da fuoco. Successivamente, gli archibugieri e i moschettieri vengono sistemati sui lati dei quadrati di picchieri che tuttavia, volgarizzandosi l'uso del moschetto, cedono lentamente il proprio ruolo ai tiratori.

L'artiglieria continua a dimostrarsi un'arma poco perfezionata ma tuttavia, operando contro vasti quadrati di fanti (dai sei agli ottomila uomini), comincia ad arrecare danni e perdite piuttosto sensibili perdite senza dubbio acuite dall'impiego sempre più esteso dell'archibugio.

L'avvento delle armi da fuoco portatili, dunque, dà alla fanteria l'arma preparatoria all'urto che può così avvenire nelle migliori condizioni. La cavalleria, dal canto proprio, almeno quella di tradizione medioevale, decade sempre più d'importanza.

Inizialmente, anche con l'avvento delle armi da fuoco, le azioni a fuoco e d'urto della fanteria restano sempre distinte, rimanendo compito degli uomini d'àrme quello di infliggere il colpo di grazia al nemico, una volta che le sue schiere siano state disorganizzate. La cavalleria, dal canto proprio, rimasta agli esordi delle armi da fuoco ancora elemento decisionale, dinnanzi al  fuoco vieppiù concentrato delle artiglierie e dei moschetti corre ai ripari, specie con l'adozione della pistola che diventa il suo principale mezzo di lotta. Ma questo, sul finire del XVI° secolo, porta a snaturare la funzione primaria della cavalleria che diviene fanteria montata, venendole così a mancare i suoi caratteri distintivi d'impeto e sorpresa.

La strategia del 1400/1500 è, considerato il materiale a sua dispo­sizione, una strategia logoratrice e non annientatrice. Si cerca di interdire al nemico l'uso e lo sfruttamento delle proprie risorse e lo si lascia logorare in assedi onerosi, per aver poi l'opportunità di contrattaccarlo vittoriosamente. E' chiaramente una strategia di transizione: miglioramento rispetto al Medio Evo, ma ancora molto distante da quelli che saranno poi i criteri informatori della moderna arte della guerra.

 

IL SEICENTO

 

L'insufficienza dell'armamento secentesco porta necessariamente a una strategia ristretta e dilatoria. Il moschetto, arma principale della fanteria, spara a non più di 200 metri ha una bassa cadenza di fuoco ed è sprovvisto di baionetta che possa consentire al fantaccino lo scontro corpo a corpo.

Questi difetti implicano perciò forme tattiche rigide e compassate la cavalleria è ancora giudicata uno strumento decisivo, ma essa è fragile e il suo impiego ridotto al minimo. L'artiglieria, dal canto proprio, non ha ancora raggiunto un grado di perfezionamento tale da renderla insostituibile e basilare.

La strategia, obbligata a basarsi su un materiale siffatto, è necessariamente schematica e priva di slancio. Il combattimento non è ricercato, giacché è costoso e di esito incerto. Su tutto domina l'assenza di decisione: scopo dei contendenti non è quello della distruzione delle forze armate del nemico. Si cerca, invece, attraverso pegni territoriali, di usurarlo lentamente ma questo porta a una notevolissima stagnazione delle operazioni e a un allungamento delle guerre.

Le piazzeforti continuano a giocare un ruolo importante: il loro possesso, infatti, consente di dominare durevolmente una contrada.

L'impotente strategia del Seicento, unita alla poca agilità tattica trae la propria origine dall'insufficienza del materiale. Bisognerà attendere un secolo per vedere il perfezionamento del fucile (superiori qualità balistiche, introduzione della baionetta) e l'acquisizione, da parte della fanteria, d'una personalità tale che consenta al Comandante in Capo di disporre d'uno strumento decisivo.

Formazioni di battaglia durante la guerra dei Trenta anni (1618/1648). Due tipiche formazioni delle truppe imperiali in fase di attacco; 

fig. 1: quadrato di battaglione di circa 1.000 uomini; 

fig. 2: sette-ottomila uomini con funzione di sfondamento in battaglia. Queste formazioni ricalcano ancora lo schema di battaglia rinascimentale con grosse formazioni di picchieri appoggiate da "maniche" di moschettieri (a sinistra). A destra: brigata di fanteria svedese con le modifiche apportate da Gustavo Adolfo, per rendere maggiormente flessibile lo schieramento in battaglia. Le tre fasi mostrano: formazione normale (fg. A), trasformazione per l'urto (fg. B) e trasformazione per il fuoco (fg. C).

 

L'EPOCA NAPOLEONICA

 

L'epoca napoleonica presenta caratteristiche distintive assolutamente proprie, anche se, almeno fino a ora, non poste nella loro giusta luce  mancanza d'evoluzione nell'armamento, ma fioritura della strategia.

La fanteria combatte le guerre della Rivoluzione e dell'Impero con il fucile del 1777, arma che tira un massimo di tre colpi al minuto a una distanza utile non superiore ai 250 metri, anche l'artiglieria si giova di cannoni Gribeauval del 1776 la cui portata massima non supera i 1.200 metri e che saranno ininterrottamente impiegati dal 1792 al 1815.

Tuttavia, questa stasi del materiale non porta, appunto per il genio napoleonico, a una parallela stasi della strategia che passa, invece, dalle rapide e brillanti manovre della campagna d'Italia alle grandi aperture operative di quella di Russia.

I primi combattimenti che Napoleone dirige come Comandante in Capo si distinguono per concezioni ampie e vigorose fino allora sconosciute. Lo scopo delle manovre del grande Corso è sempre quello di impegnare il nemico in condizioni tali che un'eventuale vittoria abbia il massimo delle conseguenze politiche e militari. Per giungere a ciò, Napoleone immobilizza il suo avversario con un attacco o una semplice minaccia frontale, portando invece il grosso delle proprie forze, per mezzo d'un ampio movimento aggirante, sul fianco o sul retro del nemico, costringendolo così a combattere a fronte rovesciato e con le proprie linee di rifornimento tagliate.

Tuttavia, a partire dal 1809, i successi diventano più difficili e sovente meno decisivi. Il genio di Napoleone non s'è affievolito, ma la qualità dei suoi soldati si è abbassata. Inoltre, le armate nemiche dopo tanti rovesci hanno imitato l'esempio del vincitore e, fattore basilare anche questo, il loro armamento non è per nulla inferiore a quello dei Francesi.

L'Imperatore intuisce la flessione negativa delle proprie truppe e cerca di ridurla aumentandone gli effettivi e utilizzando formazioni più numerose e massicce. L'armamento, tuttavia, rimane quello di prima, ovvero non vengono fatti sforzi per compensare, sotto l'aspetto tecnico, la decadenza umana.

A questo punto sorge spontanea una domanda. Quali vantaggi avreb­be potuto trarre Napoleone, se avesse disposto, magari dal 1810, di fucili e cannoni più moderni ed efficienti? Purtroppo è un quesito che non ha risposta se si eccettua che, forse, il vero "tallone d'Achille" di Napoleone è stato quello di non aver cercato e incoraggiato l'applicazione di nuovi mezzi di guerra.

Schema di attacco francese nelle guerre napoleoniche - - la figura n.1 rappresenta la linea nemica;

- la figura n.2 la cavalleria francese; 

- la figura n.3 Ia fanteria francese preceduta dai volteggiatori;

- la figura n.4 l'artiglieria francese. 

Fase A - la fanteria francese avanza in colonne di compagnia preceduta dai volteggiatori con i fianchi protetti dalla propria cavalleria che carica. 

Fase B - il nemico, per fronteggiare le cariche della cavalleria si dispone in quadrato. I francesi allora mettono in postazione l'artiglieria e sviluppano in linea la fanteria. 

Fase C il quadrato nemico sottoposto al tiro dell'artiglieria è costretto a scompaginarsi diventando cosi vulnerabile al rinnovato attacco della cavalleria questa volta immediatamente seguita dall’urto all'arma bianca della fanteria 

 

 I^ GUERRA MONDIALE

 

La prima guerra mondiale e caratterizzata, fin dai primi giorni di ostilità, dall'estensivo impiego che i belligeranti fanno della mitragliatrice, arma che già ha fatto la propria comparsa nel corso della guerra russo-giapponese del 1904/1905 E' giusto però costatare che i risultati di questa guerra non hanno subito evidenziato le grandi possibilità difensive di un'arma automatica a elevata cadenza di fuoco, specie se abbinata al reticolato e alla trincea

Tuttavia, la stretta interdipendenza tra strategia e armamento viene riaffermata, da parte tedesca, con l'entrata in servizio, già prima dello scoppio del conflitto, di pezzi pesanti campali e di mortai d'un calibro assolutamente eccezionale addirittura 420 mm. L'artiglieria campale è stata sviluppata, non prevedendosi ancora l'invasione del Belgio, allo scopo di frantumare la linea difensiva francese sulla Mosa e sulla Mosella; i mortai, invece, una volta adottato il Piano Schlieffen, devono essere destinati a demolire i forti di Liegi e Namur.

Non è questa la sede per dibattere se il famoso Piano Schheffen, che prevedeva l'accerchiamento delle forze francesi per mezzo d'una gigantesca conversione del grosso delle armate tedesche attraverso il Belgio, la Francia settentrionale, la regione di Parigi fino al Giura, avrebbe potuto avere successo se la sua esecuzione fosse stata demandata a un uomo meno incerto di von Moltke che, tra l'altro, ne aveva snaturato i concetti informativi originali. E' certo, tuttavia, che la sua esecuzione sarebbe stata ostacolata dalle ancor primitive possibilità tecniche dell'Esercito tedesco di allora. Infatti, questo enorme percorso avrebbe dovuto essere effettuato da truppe appiedate e messe di fronte a un avversario le cui difese, scaglionate in profondità, avrebbero potuto agevolmente sottrarsi alla stretta del nemico avanzante. Dunque, la strategia schlieffeniana e minata, gia alle radici, dall'assoluta insufficienza del materiale, troppo poco mobile e non abbastanza potente per realizzare brecce e accerchiamenti per consentire un immediato sfruttamento degli eventuali successi ini­ziali.

Negli anni seguenti (1915/1918) l'impiego dell'artiglieria pesante si generalizza: gli obici a traiettoria curva distruggono i ricoveri protetti e la concentrazione del loro fuoco rende intenibili le località conquistate. Nel 1917, infine, fa la propria comparsa il carro armato con la sua possibilità di far cadere le linee difensive che impediscono l'avanzata della fanteria, fornendo contemporaneamente a questa un supporto efficace e abbastanza rapido.

Tutto il materiale bellico dell'epoca, però rimane vincolato a un'estrema mancanza di mobilità che impedisce lo sfruttamento del successo iniziale. Infatti, gli immensi parchi di artiglieria sono strettamente legati a una logistica elefantesca che non consente la necessaria copertura di fuoco ad azioni di fanteria portate avanti con slancio e decisione. In queste condizioni le battaglie sono precedute da lunghe pause lo sfruttamento del successo è lento e generalmente poco ampio, anche perché i difensori manovrando per vie interne, sia ferroviarie che stradali, hanno sempre la possibilità di stabilire nuove linee difensive alle spalle del fronte.

La forma generale delle operazioni di questa lunga guerra e dunque strettamente connessa alle limitazioni del materiale. Dopo aver subito la superiorità delle armi difensive, l'offensiva riesce a raggiungere una posizione di preminenza, ma la sua pesantezza impedisce sempre lo sfruttamento rapido e fecondo del successo. La strategia, allora, consiste nell'avvicinamento all'obiettivo per mezzo di colpi, successivi, portati sui settori variati e sempre con il supporto di un intenso fuoco d'artiglieria e di un numero sempre crescente di carri armati.

 

II^ GUERRA MONDIALE

 

Il primo biennio (1939/1940) del secondo conflitto mondiale esordisce con caratteristiche diametralmente opposte a quelle che hanno caratterizzato il medesimo periodo del primo. In quest'ultimo, infatti, immenso è stato il numero dei morti e dei feriti, scarso quello dei prigionieri; adesso, al contrario, le perdite umane sono relativamente lievi, mentre cresce a dismisura il numero dei prigionieri mano a ma­no che si verifica la resa di intere armate.

Com'è avvenuto un cosi radicale mutamento in neppure un quarto di secolo ? La risposta non può altri­menti identificarsi che nella mutata natura del materiale bellico a disposizione dei belligeranti.

Se, nel corso del periodo 1914/1918, la mitragliatrice impie­gata in stretta connessione con la trincea e il filo spinato, ha conferito alla difensiva un netto vantaggio sull'offensiva, nel 1939/1940 il binomio carro armato-bombardiere in picchiata ha assicurato a quest'ultima un netto vantaggio sulla prima. Nel 1940, dunque, le forze meccanizzate e corazzate hanno raggiunto una tale capacità di rottura, dinnanzi alla quale i mezzi difensivi si dimostrano assolutamente impotenti.

Questa nuova combinazione d'armi si distingue per la sua estrema capacità di immediato sfrutta­mento del successo, capacità che si estrinseca nella possibilità di isolare le posizioni dell'avversario, attraverso rapide puntate di mezzi corazzati, appoggiati, dal cielo da stormi di bombardieri in picchiata, che interdicono al nemico la possibilità di ritirarsi su nuove linee difensive.

In Polonia. In Francia, in Grecia e in Jugoslavia, l'impeto delle Divi­sioni Panzer e degli Stukas non conosce ostacoli, anche se bisogna considerare che le difese contro le quali viene a cozzare non sono all'altezza: poche le mine anticarro, scarsi e dispersi i cannoni controcarro. Tuttavia non può essere tra­scurato il fatto che la campagna di Francia, appunto basata sul tandem Panzer-Stukas non e che l'esecuzione del piano Schlieffen anche se aggiornato e modificato. La differenza tra il metodo del vecchio Stato Maggiore tedesco e la strategia del 1940 consiste nel fatto che, nel primo caso, le armate avrebbero dovuto operare come su una piazza d'armi, mentre nel 1940 le Divisioni Panzer operano brecce profonde su fronti relativamente ristretti e, dopo essere penetrate nel dispositivo di difesa avversario, compiono movimenti aggiranti, generalmente seguendo le grandi rotabili, superando cosi le riserve con le quali i Francesi hanno contato di arrestarle.

Tuttavia, gli eclatanti successi della strategia tedesca subiscono un ridimensionamento durante la campagna di Russia che per l'ampiezza del teatro operativo, per gli ostacoli geografici e per la profondità delle difese, il tutto abbinato alle immense riserve sovietiche di uomini e materiali, assume caratteristiche distinte e irrepetibili.

L'offensiva tedesca nella Russia Bianca, infatti, a partire dal Dineper subisce un rallentamento: i raggruppamenti blindo-corazzati germanici sono seriamente ritardati nella loro marcia dalle difese russe e costrette a usufruire saltuariamente solo delle brecce che unità di tutte le armi riescono a praticare nello schieramento avversario. Il rallentamento dello slancio offensivo della Wehrmacht e causato principalmente, oltre che dallo scaglionamento in profondità delle difese sovietiche, dell’impiego su vasta scala di moderni mezzi difensivi particolarmente adatti alla lotta anticarro: impiego su larga scala di lanciafiamme, fortini interrati, sbarramenti e ostacoli, massimo sviluppo delle formazioni di artiglieria anticarro, pesanti attacchi dal cielo di velivoli d'assalto.

La Wehrmacht, così tranne che in Crimea, è costretta a rinunciare alle sue caratteristiche puntate in profondità e ciò impedisce qualsiasi forma di inseguimento strategico teso allo sfruttamento massimo del successo locale. Le Panzer Divisionen sono obbligate a restare in prossimità di altre truppe, con conseguenti notevoli difficoltà sotto l'aspetto dell'approviggionamento, dei movimenti e dell'addestramento di formazioni corazzate e motorizzate, specie nelle proibitive condizioni climatiche dell'inverno russo. Tuttavia non possono passare sotto silenzio le pesanti reazioni dei corpi corazzati e dell'aviazione dell'Unione Sovietica, i potenti sbarramenti dei pezzi controcarro e diversi ostacoli che intralciano il progredire delle forze blindate germaniche.

I Tedeschi riescono a mettere in opera alcuni accorgimenti difensivi (forti, raggruppamenti, blindo-corazzati che, appoggiati da importanti formazioni aeree, operano "a maglio" contro le difese), ma la strategia dell`U.R.S.S. finisce per avere la meglio. E' questo è dimostrato dal fatto che malgrado alcu­ni importanti successi locali, i Tedeschi non riescono ad agganciare e a distruggere le forze nemiche, Così tutto si risolverà a Stalingrado dove i combattimenti, casa per casa e strada per strada andranno, a riacquistare la violenza e la staticità, di quelle del 1916 a Verdan e sulla Somme.

 

 

CONCLUSIONE

 

Da quanto abbiamo esposto sopra, sebbene in modo succinto, balza evidente il fatto che il "progresso", inteso nella sua più vasta accezione ha sempre condizionato la strategia, con la sola parentesi dell'epoca napoleonica.

Da questo si evidenzia la stretta interdipendenza tra mezzo tattico e possibilità strategica. La falange macedone, la legione romana, l'orda di Gengis Khan, il binomio carro armato/aereo sono le quattro colonne portanti sulle quali ha poggiato la possibilità d'una nazione o di un gruppo etnico di portare la guerra su dimensioni continentali. Le schiere di Alessandro e dei Romani si spingono fino ai limite del mondo, allora conosciuto, l'Orda di Gengis Khan passa dalle pianure dell'Asia a quelle dell'Europa, il carro armato e l'aereo, sebbene correlati alla possibilità di trasporto rapido aereo-navale, operano su immensi teatri.

Qualsiasi sistema di guerra, quin­di è strettamente connesso alle migliorie del materiale. Non dimentichiamo, tuttavia che qualsiasi mezzo di guerra, per perfezionamento che possa essere, e rimasto e rimarrà sotto il controllo dell'intelletto umano. In ultima analisi rimane sempre l'uomo l'artefice o vittima della guerra ossia di questo scontro fra volontà opposte ed indipendenti.  

 

  


Gruppo Murat