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STRATEGIA E TATTICA ATtRAVERSO I TEMPI La
guerra è forse la forma delle varie attività umane che, eccettuati
alcuni periodi di decadenza, ha sempre richiesto da parte dell'uomo
applicazione di ogni ingegnosità e di ogni risorsa tecnica. Sono,
infatti, le armi tra le più antiche testimonianze che l'umanità ha
lasciato alla propria attività. I
primitivi hanno costantemente perfezionato l'arte di tagliare la selce
e l'osso per farne delle frecce poi delle asce e, infine, delle punte
di lancia. E' se queste armi vengono impiegate per procacciarsi cibo,
è abbastanza intuitivo che esse siano anche adoperate per risolvere
questioni individuali o tribali. Egualmente, i popoli che per primi
hanno trovato il modo di lavorare il ferro, forgiano delle armi che
consentono loro di sottomettere i loro vicini meno avanzati. Esiste
dunque una stretta interdipendenza tra le proprietà dell'armamento
e le forme di lotta d'una data epoca, anche se le attuali ricerche non
ci pare precisino ancora esattamente questo legame. Logicamente,
l'arte della guerra ha subito varie trasformazioni, strettamente
connesse al miglioramento del materiale, con la conseguenza d'un
corrispondente cambiamento anche ne1 sistema di comando delle truppe. Lo
studio di questa doppia evoluzione presenta dunque un interesse
immenso, ma la mole del soggetto, non comprimibile in un semplice
articolo di rivista, ci porta necessariamente a limitare il nostro
discorso solo a qualche sistema che almeno a nostro modo di vedere, ha
durevolmente influenzato la storia della guerra.
DAI
PRIMI SCHIERAMENTI
ALLA FALANGE MACEDONE - LEGIONE
ROMANA - GUERRA
MEDIOEVALE -
ARMI
DA FUOCO
-
DAI
PRIMI SCHIERAMENTI
ALLA FALANGE MACEDONE E'
facilmente intuibile che le prime guerre degli uomini sono
esclusivamente una questione di pura e semplice forza bruta; guerre
atletiche potremmo chiamarle. In seguito, anche per il continuo
miglioramento delle armi, appare sempre più necessario studiare sia
il tipo di armamento, sia il tipo di schieramento che, pur garantendo
la massima flessibilità offensivo-difensiva, renda contemporaneamente
difficili le possibilità di approccio del nemico. Così, per il
soddisfacimento di queste esigenze l'arte militare inizia i suoi primi
progressi. E'
alla falange greca, ovvero all'istituzione militare più antica
presso i popoli civilizzati, che noi dobbiamo guardare come prima
razionale espressione dell'arte della guerra. La
scoperta e l'impiego della lancia porta, conseguenzialmente e
logicamente, a una forma di schieramento che si può definire "a
quadrato pieno": sedici uomini, disposti per quattro su ciascun
lato e con la possibilità, per quelli del centro, di proteggere con
la propria arma sia essi stessi, sia coloro che stanno loro innanzi.
In cammino specie quando si presenta la necessità di superare
strettoie, questi sedici uomini procedono in fila: quattro di queste
file affiancate prendono il nome di tetrarchia. Lo
schieramento in battaglia della tetrarchia (sessantaquattro uomini)
presenta due soluzioni: un rettangolo di sedici uomini di fronte e
quattro in profondità, oppure un "quadrato pieno" di otto
uomini in ogni senso, anche se questo secondo tipo di schieramento,
implicando un marcato perfezionamento della lancia (specie sotto
l'aspetto dell'adozione del ferro), viene probabilmente in data
posteriore. Il
graduale perfezionamento dell'arco con la sua possibilità di colpire
a distanza, dilata enormemente i termini del problema, imponendo un
adeguamento continuo e pressante a ogni futuro schieramento di
battaglia. Se
la sarissa greca e il pilum romano sono il perfezionamento finale
della lancia, l'adozione della freccia porta ad uno sviluppo in
profondità dello schieramento; sviluppo che prende il nome di
sintagma. La sintagma, formata da quattro tetrarchie, si sviluppa in
un "quadrato pieno" di sedici uomini m ogni senso. Tuttavia,
è chiaro che le dimensioni della sintagma sono calcolate in base alle
possibilità delle armi da getto, il cui lancio avviene a opera di
volteggiatori armati alla leggera (specialità questa nata con
l'avvento dell'arco), che di norma operano stando alla spalle delle
schiere più pesantemente armate. La
falange, con l'andar del tempo, viene
subire mutamenti e adeguamenti; è questo il caso della
battaglia di Maratona dove i Greci, in numero molto ridotto rispetto
ai Persiani, sono costretti a ricorrere alle risorse dell'arte. Gli
scudi, che ricoprono quasi interamente l'uomo, e le lunge lance che
formano un istrice quasi inespugnabile. Questo
tipo di schieramento senza intervallo non supera mai i 4096 uomini
(256 uomini fronte su sedici righe di profondità), portando così la
consistenza della falange a circa 6000 uomini, truppe leggere e
ausiliarie incluse. Ed
è appunto con Maratona che la guerra comincia a prescindere dalla
quantità, per basarsi piuttosto sull'addestramento e sulla saldezza
del morale; meno di duecento le perdite tra gli addestrati e
disciplinati sodati greci. Oltre seimila tra le eterogenee fanterie
asiatiche dell'esercito persiano. E'
però il genio di Alessandro Magno che, pur sfruttando i miglioramenti
che suo padre Filippo ha portato alla falange, porta questo sistema al
suo più alto grado di perfezione. La
guerra che egli conduce in Asia con un esercito non superiore ai
40.000 uomini dimostra che, soltanto disponendo di armi e di soldati
perfettamente rispondenti ai propri scopi, si può pianificare una
strategia, anche lontano migliaia di chilometri dalle proprie basi
evitando nel contempo che insorgano le regioni che via via ci si
lasciano alle spalle. Sotto
Alessandro, la falange viene ad ascendere a quasi 13.000 uomini,
sempre compresi i combattenti fuori dei ranghi, sia montati che
appiedati. E' la difalangarchia portata al suo massimo grado
efficienza. Le
medesime caratteristiche del terreno, sul quale il re di Macedonia
opera durante la sua campagna contro l'impero persiano, consentono di
ravvicinare due difalangarchie. Le due falangi semplici che le
compongono restano l'una di fianco all'altra, raddoppia soltanto
l'intervallo tra la seconda e la terza. Questa combinazione prende il
nome di tetrafalangarchia e rappresenta l'ultimo termine di
accrescimento della formazione falangita. La
falange macedone, è bene sottolinearlo, non si giova di armi
rivoluzionarie, ma è piuttosto il suo schieramento di battaglia che
le consente di trarre il miglior partito all'impiego di queste,
principalmente della sarissa. La sarissa, lunga circa 7,30 m, quando
viene abbassata per l'azione sporge di oltre 5 m. fuori della prima
riga, col risultato che, correndo un intervallo di circa 60 cm tra
ogni schiera, le lance delle cinque righe posteriori sporgono innanzi
a ciascun uomo della riga frontale. Tutte
le altre specialità appiedate della falange (peltasti, arcieri,
frombolieri, giavellottieri), pur operando nel medesimo contesto
tattico, non sono che dei semplici ausiliari, restando tutta la
potenza della formazione concentrata nella fanteria pesante (opliti)
che appunto forma la falange. La cavalleria stessa (Catafratti, Greci,
Sarissofori) si limita a proteggere i fianchi dello schieramento
oplita e, quando se ne presenta l'opportunità, cerca di trarre il
massimo successo dall'opera di disarticolamento delle schiere nemiche
già posto in opera dalla falange, contro la quale si sono
ripetutamente infranti i tentativi del nemico. Questo anche nel caso
si tratti dei due scelti corpi di 1.500 corazzieri catafratti, un
macedone l'altro tessalo, impiegati da Alessandro Magno nella
battaglia di Arbela.
Mentre
Alessandro si accinge a sottomettere la Persia, cominciano a
intravedersi sulle rive del Tevere i primi segni di quella che sarà
poi il simbolo della potenza militare di Roma: la legione. La
legione nasce e si sviluppa in posizione antitetica rispetto alla
falange: essa, infatti, contrariamente all'ordinamento greco-macedone,
è essenzialmente una formazione offensiva tesa a sfruttare gli
effetti ch'essa porta alle schiere avversarie. Ma
esiste un altro fattore della massima importanza a vantaggio della
legione: la sua flessibilità tattica che si identifica poi in una
superiore flessibilità strategica. La falange, infatti, è
essenzialmente una formazione tattica - la campagna di Alessandro
contro l'impero persiano, recando i germi del genio, è un caso a sé
stante, e sarà soprattutto la tattica a essere completamente
rovesciata dall'avvento della polvere da sparo. La strategia, invece,
fino al binomio della II^ G.M. carro armato/aereo, avrà un cammino
ineguale ma senza scosse. La legione romana passa attraverso varie riforme, particolarmente importanti quelle di Caio Mario e di Alessandro Severo, ma non è tanto importante soffermarsi sull'entità quantitativa e qualitativa delle sue varie componenti, quanto piuttosto considerare le sue possibilità che la rendono lo strumento bellico per eccellenza, potente e flessibile a seconda delle circostanze.
Per
suffragare questa tesi, prendiamo, per esempio, le campagne galliche
di Giulio Cesare. Le
milizie di cui il condottiero si trova a disporre lo autorizzarono
alla massima audacia. I Romani, che durante il combattimento manovrano
come in una piazza d'armi, hanno facilmente ragione di folle
inorganiche e indisciplinate dove ciascuno combatte per conto proprio. Lo
stesso armamento offensivo-difensivo non può che dare ai Romani un
netto vantaggio: il giavellotto (pilum), che i legionari lanciano alla
fine della carica, e la cui punta di ferro rende inutilizzabili gli
scudi dei Galli, la corta spada che, con la sua possibilità di
colpire di punta e di taglio, rende nel combattimento ravvicinato in
misura molto maggiore che non la lunga spada a punta mozza degli
avversari; le protezioni passive d legionario (corazza, scudo, elmo
schinieri) che indubbiamente contribuiscono a diminuire le perdite. Una
simile superiorità tecnica di addestramento non può che consentire a
Cesare la massima audacia. La medesima idea di intraprendere la
conquista di un grande paese con non più di 50.000 uomini, denota
un’estrema sicurezza in se stesso e nell'organismo al suo comando. Le
sue manovre sono estremamente semplici, diremmo ovvie. Non appena
Cesare decide di sottomettere una popolazione, egli marcia contro di
essa con una velocità quasi impensabile anche ai nostri giorni. Una
volta giunto, nelle dirette prossimità degli accampamenti nemici,
egli preferisce prudenzialmente giovarsi della capacità romana
nell'arte delle fortificazioni campali, per costringere il nemico ad
attaccarlo allo scoperto. La
netta superiorità dei Romani permette a Cesare di venir anche meno a
uno dei canoni dell'ortodossia militare: quello del
"concentramento delle forze". In caso di necessità egli non
esita a distaccare alcune legioni isolate, per sottomettere altre
regioni in rivolta. Se uno di questi raggruppamenti si trova in
difficoltà, accorre poi in suo aiuto con qualche unità mantenuta in
riserva. Di
norma, dopo esser stata vinta in battaglia campale, l'armata gallica
si rifugia in una piazza più o meno ben fortificata. Ma allora la
superiorità ossidionale dei Romani non può, alla fine, che
assicurare la vittoria. Le
varie campagne di Gallia, dunque, vengono ad assumere i dati
caratteristici della conquista coloniale, in cui l'ineguaglianza
dell'addestramento e dell'armamento ha il suo decisivo peso. Cesare
dunque, applica integralmente i dettami della "strategia del
materiale", adattando i propri mezzi a quelli dell'avversario.
LA
GUERRA MEDIOEVALE FINO ALL'AVVENTO DELLE ARMI DA FUOCO La
guerra medioevale è caratterizzata da un'assoluta mancanza di
strategia. Il regime feudale ha portato seco un'immensa fioritura di
piazzeforti, ma le macchine ossidionali dell'epoca, benché
estesamente impiegate, sono ancora al medesimo livello di quelle dei
Romani. Catapulte, mangani e tutte le altre artiglierie lanciano
ancora proiettili di pietra, pressoché imponenti nei confronti di
muraglie che raggiungono anche diversi metri di spessore. Gli
assedi, dunque, sono lunghi perché, al fine di ottenere qualche
risultato devono principalmente affidarsi al blocco che però,
considerata la scarsa quantità degli eserciti dell'epoca,
difficilmente riesce a intendere completamente i rifornimenti alla
città assediata. Movimenti politici, rivolte o tradimenti sono,
allora, forse le più sicure chiavi per penetrare nella città. La
cavalleria pesante è l'arma regina: questa specialità, quasi trascurata
dagli antichi, ha assunto con l'avvento del feudalesimo un'importanza
assoluta, tanto da diventare il termine di paragone e di decisione
della guerra. I cavalieri che giudicano la fanteria indegna di
combattere, risolvono la battaglia in una serie di scontri individuali
con i loro avversari dell'opposta schiera. La fanteria, d'altronde non
è che una massa eterogenea di contadini male armati e peggio
inquadrati, che viene regolarmente massacrata dalla cavalleria oppure,
quando le cose si mettono al meglio, si dedica al saccheggio. Il
cavaliere, pesantemente armato ed equipaggiato, è il sovrano del
campo di battaglia. Poco importa che le battaglie medioevali siano
completamente prive di manovra: le schiere opposte vengono a contatto
frazionandosi in una serie di duelli individuali che altro non sono
che una pura e semplice trasposizione del torneo cavalleresco. E'
chiaro, quindi, che un simile sistema di guerra non implica affatto la
messa a punto d'una qualsivoglia strategia, restando questa ultima
compressa dall'assoluta inefficienza e insufficienza del materiale. I
sistemi "tattici" dunque, nella loro totalità,
circoscritti al singolo fatto d'armi hanno soltanto due nomi: il
quadrato dei picchieri e l'impiego degli arcieri. L'esempio
primo di quanto possa una fanteria ben inquadrata e forse quel che
ancor più conta, non composta da una massa anonima si ha con la
battaglia di Legnano (29 maggio 1176). Qui la fanteria della Lega
Lombarda, composta di artigiani e di piccoli borghesi, stretta attorno
al Carroccio sostiene l'impeto della pesante cavalleria tedesca
tenendola a rispetto con le picche e consentendo così alla cavalleria
della Lega, già precedentemente sconfitta, di ricomporsi e di
contrattaccare vittoriosamente. Ma
se a Legnano la fanteria lombarda s'è limitata a sostenere quasi
passivamente la carica della cavalleria tedesca, alla battaglia di
Courtrai (11 luglio 1302) un quadrato di picchieri fiamminghi e
anch’essi per la maggior parte artigiani, come già i fanti lombardi
a Legnano, passa decisamente all'offensiva, dopo aver vittoriosamente
sostenuto gli attacchi della cavalleria feudale di Roberto d'Artois. Il
successo è lampante: 6.000 perdite tra i Francesi, tra i quali lo
stesso Roberto d'Artois, anche se bisogna considerare che la
cavalleria non ha potuto caricare dato il terreno paludoso e ha dovuto
soccombere, dopo aver scompaginato la prima falange fiamminga,
all'assalto immediato d'una seconda schiera tenuta in riserva. Per
quanto concerne gli arcieri, i nomi delle tre grandi vittorie inglesi
di Crecy (26 agosto 1346), di Poitiers (19 settembre 1356) e di
Azincourt (25 ottobre 1415) sono essenzialmente dovute al grande impulso
che, sotto il regno di Edoardo I, ha avuto questa specialità,
quantunque non si debbano trascurare i vantaggi della posizione scelta
dagli Inglesi e la loro superiorità numerica rispetto ai Francesi. Tuttavia,
il fatto più importante di questi scontri è quello che i cavalieri
inglesi combattono appiedati, quasi a voler significare la loro
inferiorità nei confronti della fanteria almeno di quella
specializzata e di cui gli arcieri sono il massimo simbolo. Tuttavia,
come d'altronde abbiamo già avuto modo di sottolineare, questi
successi restano circoscritti al campo di battaglia - unica eccezione
Azincourt, però con l'aiuto del tradimento dei Borgognoni che aprono
le porte di Parigi a Enrico V d'Inghilterra e gli consentono così di
impadronirsi della Francia del nord - e non impediranno ai Francesi di
erodere lentamente i domini inglesi di Francia, pur applicando una
strategia poco spettacolare. In
conclusione, la strategia medioevale, considerata l'insufficienza del
materiale a sua disposizione, è pressoché circoscritta ai singoli
fatti d'arme, anche se modificano determinate situazioni tattiche e
sebbene, ma solo in caso eccezionale, portino alla perdita di un
regno, come il 26 febbraio 1266 con la battaglia di Benevento. I
PRIMORDI DELLE ARMI DA FUOCO Le
armi da fuoco, già prima limitatamente impiegate nella guerra
ossidionale, cominciano a far la loro comparsa in campo aperto nella
seconda metà del 1300. Non si tratta, tuttavia, della rivoluzione
che, almeno a prima vista, potrebbe sembrare: l’iniziale limitatezza
del loro numero, la scarsità della loro precisione e la rudimentalità
del loro impiego ne annullano quasi completamente ogni vantaggio,
eccettuato forse quello dell'effetto psicologico su truppe poco
solide. Ai
primi del XVI secolo, però, il perfezionamento delle armi da fuoco
comincia a far sentire il proprio influsso sui cavalieri che, appunto
per proteggere meglio se stessi e le loro cavalcature, appesantiscono
sempre di più le corazze. Il cavaliere, trasformato in una vera e propria
torre di ferro, comincia a perdere di importanza, per lasciar poi il
proprio ruolo ad altre specialità di cavalleria, ma soprattutto al
fante. Il
fante non acquista subito una precisa cognizione delle proprie
possibilità, per una somma di fattori tecnici ed etici: tecnici per
le difficoltà incontrate nel costruire armi portatili efficienti;
etici perché l'arma da fuoco viene considerata come mezzo sleale. Le
grandi vittorie degli Svizzeri (Grandson, Morat e Nancy) sui
Borgognoni di Carlo il Temerario sono state, infatti, vittorie di
lancia e spada. I
fanti restano dunque armati principalmente di picca, mentre gli
arcieri rappresentano la prima specialità a essere dotata di armi da
fuoco. Successivamente, gli archibugieri e i moschettieri vengono
sistemati sui lati dei quadrati di picchieri che tuttavia,
volgarizzandosi l'uso del moschetto, cedono lentamente il proprio
ruolo ai tiratori. L'artiglieria
continua a dimostrarsi un'arma poco perfezionata ma tuttavia, operando
contro vasti quadrati di fanti (dai sei agli ottomila uomini),
comincia ad arrecare danni e perdite piuttosto sensibili perdite senza
dubbio acuite dall'impiego sempre più esteso dell'archibugio. L'avvento
delle armi da fuoco portatili, dunque, dà alla fanteria l'arma
preparatoria all'urto che può così avvenire nelle migliori
condizioni. La cavalleria, dal canto proprio, almeno quella di
tradizione medioevale, decade sempre più d'importanza. Inizialmente,
anche con l'avvento delle armi da fuoco, le azioni a fuoco e d'urto
della fanteria restano sempre distinte, rimanendo compito degli uomini
d'àrme quello di infliggere il colpo di grazia al nemico, una volta
che le sue schiere siano state disorganizzate. La cavalleria, dal
canto proprio, rimasta agli esordi delle armi da fuoco ancora elemento
decisionale, dinnanzi al
fuoco vieppiù concentrato delle artiglierie e dei moschetti
corre ai ripari, specie con l'adozione della pistola che diventa il
suo principale mezzo di lotta. Ma questo, sul finire del XVI° secolo,
porta a snaturare la funzione primaria della cavalleria che diviene
fanteria montata, venendole così a mancare i suoi caratteri
distintivi d'impeto e sorpresa. La
strategia del 1400/1500 è, considerato il materiale a sua disposizione,
una strategia logoratrice e non annientatrice. Si cerca di interdire
al nemico l'uso e lo sfruttamento delle proprie risorse e lo si lascia
logorare in assedi onerosi, per aver poi l'opportunità di
contrattaccarlo vittoriosamente. E' chiaramente una strategia di
transizione: miglioramento rispetto al Medio Evo, ma ancora molto
distante da quelli che saranno poi i criteri informatori della moderna
arte della guerra. L'insufficienza
dell'armamento secentesco porta necessariamente a una strategia
ristretta e dilatoria. Il moschetto, arma principale della fanteria,
spara a non più di 200 metri ha una bassa cadenza di fuoco ed è
sprovvisto di baionetta che possa consentire al fantaccino lo scontro
corpo a corpo. Questi
difetti implicano perciò forme tattiche rigide e compassate la
cavalleria è ancora giudicata uno strumento decisivo, ma essa è
fragile e il suo impiego ridotto al minimo. L'artiglieria, dal canto
proprio, non ha ancora raggiunto un grado di perfezionamento tale da
renderla insostituibile e basilare. La
strategia, obbligata a basarsi su un materiale siffatto, è
necessariamente schematica e priva di slancio. Il combattimento non è
ricercato, giacché è costoso e di esito incerto. Su tutto domina
l'assenza di decisione: scopo dei contendenti non è quello della
distruzione delle forze armate del nemico. Si cerca, invece,
attraverso pegni territoriali, di usurarlo lentamente ma questo porta
a una notevolissima stagnazione delle operazioni e a un allungamento
delle guerre. Le
piazzeforti continuano a giocare un ruolo importante: il loro
possesso, infatti, consente di dominare durevolmente una contrada. L'impotente strategia del Seicento, unita alla poca agilità tattica trae la propria origine dall'insufficienza del materiale. Bisognerà attendere un secolo per vedere il perfezionamento del fucile (superiori qualità balistiche, introduzione della baionetta) e l'acquisizione, da parte della fanteria, d'una personalità tale che consenta al Comandante in Capo di disporre d'uno strumento decisivo.
L'epoca
napoleonica presenta caratteristiche distintive assolutamente proprie,
anche se, almeno fino a ora, non poste nella loro giusta luce
mancanza d'evoluzione nell'armamento, ma fioritura della strategia. La
fanteria combatte le guerre della Rivoluzione e dell'Impero con il
fucile del 1777, arma che tira un massimo di tre colpi al minuto a una
distanza utile non superiore ai 250 metri, anche l'artiglieria si
giova di cannoni Gribeauval del 1776 la cui portata massima non supera
i 1.200 metri e che saranno ininterrottamente impiegati dal 1792 al
1815. Tuttavia,
questa stasi del materiale non porta, appunto per il genio
napoleonico, a una parallela stasi della strategia che passa, invece,
dalle rapide e brillanti manovre della campagna d'Italia alle grandi
aperture operative di quella di Russia. I
primi combattimenti che Napoleone dirige come Comandante in Capo si
distinguono per concezioni ampie e vigorose fino allora sconosciute.
Lo scopo delle manovre del grande Corso è sempre quello di impegnare
il nemico in condizioni tali che un'eventuale vittoria abbia il
massimo delle conseguenze politiche e militari. Per giungere a ciò,
Napoleone immobilizza il suo avversario con un attacco o una semplice
minaccia frontale, portando invece il grosso delle proprie forze, per
mezzo d'un ampio movimento aggirante, sul fianco o sul retro del
nemico, costringendolo così a combattere a fronte rovesciato e con le
proprie linee di rifornimento tagliate. Tuttavia,
a partire dal 1809, i successi diventano più difficili e sovente meno
decisivi. Il genio di Napoleone non s'è affievolito, ma la qualità
dei suoi soldati si è abbassata. Inoltre, le armate nemiche dopo
tanti rovesci hanno imitato l'esempio del vincitore e, fattore
basilare anche questo, il loro armamento non è per nulla inferiore a
quello dei Francesi. L'Imperatore
intuisce la flessione negativa delle proprie truppe e cerca di ridurla
aumentandone gli effettivi e utilizzando formazioni più numerose e
massicce. L'armamento, tuttavia, rimane quello di prima, ovvero non
vengono fatti sforzi per compensare, sotto l'aspetto tecnico, la
decadenza umana. A questo punto sorge spontanea una domanda. Quali vantaggi avrebbe potuto trarre Napoleone, se avesse disposto, magari dal 1810, di fucili e cannoni più moderni ed efficienti? Purtroppo è un quesito che non ha risposta se si eccettua che, forse, il vero "tallone d'Achille" di Napoleone è stato quello di non aver cercato e incoraggiato l'applicazione di nuovi mezzi di guerra.
La
prima guerra mondiale e caratterizzata, fin dai primi giorni di
ostilità, dall'estensivo impiego che i belligeranti fanno della
mitragliatrice, arma che già ha fatto la propria comparsa nel corso
della guerra russo-giapponese del 1904/1905 E' giusto però costatare
che i risultati di questa guerra non hanno subito evidenziato le
grandi possibilità difensive di un'arma automatica a elevata cadenza
di fuoco, specie se abbinata al reticolato e alla trincea Tuttavia,
la stretta interdipendenza tra strategia e armamento viene
riaffermata, da parte tedesca, con l'entrata in servizio, già prima
dello scoppio del conflitto, di pezzi pesanti campali e di mortai d'un
calibro assolutamente eccezionale addirittura 420 mm. L'artiglieria
campale è stata sviluppata, non prevedendosi ancora l'invasione del
Belgio, allo scopo di frantumare la linea difensiva francese sulla
Mosa e sulla Mosella; i mortai, invece, una volta adottato il Piano
Schlieffen, devono essere destinati a demolire i forti di Liegi e
Namur. Non
è questa la sede per dibattere se il famoso Piano Schheffen, che
prevedeva l'accerchiamento delle forze francesi per mezzo d'una
gigantesca conversione del grosso delle armate tedesche attraverso il
Belgio, la Francia settentrionale, la regione di Parigi fino al Giura,
avrebbe potuto avere successo se la sua esecuzione fosse stata
demandata a un uomo meno incerto di von Moltke che, tra l'altro, ne
aveva snaturato i concetti informativi originali. E' certo, tuttavia,
che la sua esecuzione sarebbe stata ostacolata dalle ancor primitive
possibilità tecniche dell'Esercito tedesco di allora. Infatti, questo
enorme percorso avrebbe dovuto essere effettuato da truppe appiedate e
messe di fronte a un avversario le cui difese, scaglionate in
profondità, avrebbero potuto agevolmente sottrarsi alla stretta del
nemico avanzante. Dunque, la strategia schlieffeniana e minata, gia
alle radici, dall'assoluta insufficienza del materiale, troppo poco
mobile e non abbastanza potente per realizzare brecce e accerchiamenti
per consentire un immediato sfruttamento degli eventuali successi iniziali. Negli
anni seguenti (1915/1918) l'impiego dell'artiglieria pesante si
generalizza: gli obici a traiettoria curva distruggono i ricoveri
protetti e la concentrazione del loro fuoco rende intenibili le
località conquistate. Nel 1917, infine, fa la propria comparsa il
carro armato con la sua possibilità di far cadere le linee difensive
che impediscono l'avanzata della fanteria, fornendo contemporaneamente
a questa un supporto efficace e abbastanza rapido. Tutto
il materiale bellico dell'epoca, però rimane vincolato a un'estrema
mancanza di mobilità che impedisce lo sfruttamento del successo
iniziale. Infatti, gli immensi parchi di artiglieria sono strettamente
legati a una logistica elefantesca che non consente la necessaria
copertura di fuoco ad azioni di fanteria portate avanti con slancio e
decisione. In queste condizioni le battaglie sono precedute da lunghe
pause lo sfruttamento del successo è lento e generalmente poco ampio,
anche perché i difensori manovrando per vie interne, sia ferroviarie
che stradali, hanno sempre la possibilità di stabilire nuove linee
difensive alle spalle del fronte. La
forma generale delle operazioni di questa lunga guerra e dunque
strettamente connessa alle limitazioni del materiale. Dopo aver subito
la superiorità delle armi difensive, l'offensiva riesce a raggiungere
una posizione di preminenza, ma la sua pesantezza impedisce sempre lo
sfruttamento rapido e fecondo del successo. La strategia, allora,
consiste nell'avvicinamento all'obiettivo per mezzo di colpi,
successivi, portati sui settori variati e sempre con il supporto di un
intenso fuoco d'artiglieria e di un numero sempre crescente di carri
armati. Il
primo biennio (1939/1940) del secondo conflitto mondiale esordisce con
caratteristiche diametralmente opposte a quelle che hanno
caratterizzato il medesimo periodo del primo. In quest'ultimo,
infatti, immenso è stato il numero dei morti e dei feriti, scarso
quello dei prigionieri; adesso, al contrario, le perdite umane sono
relativamente lievi, mentre cresce a dismisura il numero dei
prigionieri mano a mano che si verifica la resa di intere armate. Com'è
avvenuto un cosi radicale mutamento in neppure un quarto di secolo ?
La risposta non può altrimenti identificarsi che nella mutata
natura del materiale bellico a disposizione dei belligeranti. Se,
nel corso del periodo 1914/1918, la mitragliatrice impiegata in
stretta connessione con la trincea e il filo spinato, ha conferito
alla difensiva un netto vantaggio sull'offensiva, nel 1939/1940 il
binomio carro armato-bombardiere in picchiata ha assicurato a
quest'ultima un netto vantaggio sulla prima. Nel 1940, dunque, le
forze meccanizzate e corazzate hanno raggiunto una tale capacità di
rottura, dinnanzi alla quale i mezzi difensivi si dimostrano
assolutamente impotenti. Questa
nuova combinazione d'armi si distingue per la sua estrema capacità di
immediato sfruttamento del successo, capacità che si estrinseca
nella possibilità di isolare le posizioni dell'avversario, attraverso
rapide puntate di mezzi corazzati, appoggiati, dal cielo da stormi di
bombardieri in picchiata, che interdicono al nemico la possibilità di
ritirarsi su nuove linee difensive. In
Polonia. In Francia, in Grecia e in Jugoslavia, l'impeto delle Divisioni
Panzer e degli Stukas non conosce ostacoli, anche se bisogna
considerare che le difese contro le quali viene a cozzare non sono
all'altezza: poche le mine anticarro, scarsi e dispersi i cannoni
controcarro. Tuttavia non può essere trascurato il fatto che la
campagna di Francia, appunto basata sul tandem Panzer-Stukas non e che
l'esecuzione del piano Schlieffen anche se aggiornato e modificato. La
differenza tra il metodo del vecchio Stato Maggiore tedesco e la
strategia del 1940 consiste nel fatto che, nel primo caso, le armate
avrebbero dovuto operare come su una piazza d'armi, mentre nel 1940 le
Divisioni Panzer operano brecce profonde su fronti relativamente
ristretti e, dopo essere penetrate nel dispositivo di difesa
avversario, compiono movimenti aggiranti, generalmente seguendo le
grandi rotabili, superando cosi le riserve con le quali i Francesi
hanno contato di arrestarle. Tuttavia,
gli eclatanti successi della strategia tedesca subiscono un
ridimensionamento durante la campagna di Russia che per l'ampiezza del
teatro operativo, per gli ostacoli geografici e per la profondità
delle difese, il tutto abbinato alle immense riserve sovietiche di
uomini e materiali, assume caratteristiche distinte e irrepetibili. L'offensiva
tedesca nella Russia Bianca, infatti, a partire dal Dineper subisce un
rallentamento: i raggruppamenti blindo-corazzati germanici sono
seriamente ritardati nella loro marcia dalle difese russe e costrette
a usufruire saltuariamente solo delle brecce che unità di tutte le
armi riescono a praticare nello schieramento avversario. Il
rallentamento dello slancio offensivo della Wehrmacht e causato
principalmente, oltre che dallo scaglionamento in profondità delle
difese sovietiche, dell’impiego su vasta scala di moderni mezzi
difensivi particolarmente adatti alla lotta anticarro: impiego su
larga scala di lanciafiamme, fortini interrati, sbarramenti e
ostacoli, massimo sviluppo delle formazioni di artiglieria anticarro,
pesanti attacchi dal cielo di velivoli d'assalto. La
Wehrmacht, così tranne che in Crimea, è costretta a rinunciare alle
sue caratteristiche puntate in profondità e ciò impedisce qualsiasi
forma di inseguimento strategico teso allo sfruttamento massimo del
successo locale. Le Panzer Divisionen sono obbligate a restare in
prossimità di altre truppe, con conseguenti notevoli difficoltà
sotto l'aspetto dell'approviggionamento, dei movimenti e
dell'addestramento di formazioni corazzate e motorizzate, specie nelle
proibitive condizioni climatiche dell'inverno russo. Tuttavia non
possono passare sotto silenzio le pesanti reazioni dei corpi corazzati
e dell'aviazione dell'Unione Sovietica, i potenti sbarramenti dei
pezzi controcarro e diversi ostacoli che intralciano il progredire
delle forze blindate germaniche. I
Tedeschi riescono a mettere in opera alcuni accorgimenti difensivi
(forti, raggruppamenti, blindo-corazzati che, appoggiati da importanti
formazioni aeree, operano "a maglio" contro le difese), ma
la strategia dell`U.R.S.S. finisce per avere la meglio. E' questo è
dimostrato dal fatto che malgrado alcuni importanti successi locali,
i Tedeschi non riescono ad agganciare e a distruggere le forze
nemiche, Così tutto si risolverà a Stalingrado dove i combattimenti,
casa per casa e strada per strada andranno, a riacquistare la violenza
e la staticità, di quelle del 1916 a Verdan e sulla Somme.
Da
quanto abbiamo esposto sopra, sebbene in modo succinto, balza evidente
il fatto che il "progresso", inteso nella sua più vasta
accezione ha sempre condizionato la strategia, con la sola parentesi
dell'epoca napoleonica. Da
questo si evidenzia la stretta interdipendenza tra mezzo tattico e
possibilità strategica. La falange macedone, la legione romana,
l'orda di Gengis Khan, il binomio carro armato/aereo sono le quattro
colonne portanti sulle quali ha poggiato la possibilità d'una nazione
o di un gruppo etnico di portare la guerra su dimensioni continentali.
Le schiere di Alessandro e dei Romani si spingono fino ai limite del
mondo, allora conosciuto, l'Orda di Gengis Khan passa dalle pianure
dell'Asia a quelle dell'Europa, il carro armato e l'aereo, sebbene
correlati alla possibilità di trasporto rapido aereo-navale, operano
su immensi teatri. Qualsiasi
sistema di guerra, quindi è strettamente connesso alle migliorie
del materiale. Non dimentichiamo, tuttavia che qualsiasi mezzo di
guerra, per perfezionamento che possa essere, e rimasto e rimarrà
sotto il controllo dell'intelletto umano. In ultima analisi rimane
sempre l'uomo l'artefice o vittima della guerra ossia di questo
scontro fra volontà opposte ed indipendenti.
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