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 La Campagna di Tolentino

L'inizio del Congresso di Vienna, mentre Napoleone era all'Elba, non rassicurò Murat che pure disponeva d'assicurazioni, più o meno precise, da parte dell'Austria, dato che queste promesse non erano state fatte proprie dall'Inghilterra e che in Sicilia c'era pur sempre Ferdinando IV che non aveva mai inteso rinunciare ai suoi domini continentali. Il tradimento, o se vogliamo esser meno brutali, il cambiamento di fronte non aveva dato i risultati sperati e su un carattere impetuoso come quello di Murat l'incertezza che regnava a Vienna circa il futuro del suo regno e il rimorso di aver abbandonato Napoleone dovevano ben presto incidere a fondo, inducendolo a ristabilire rapporti con l'esule dell'Elba. Impulsivo come sempre e, come sempre, coraggioso comandante ma pessimo stratega Murat si mosse anzitempo e l'Austria poté volgere contro di lui il grosso dell'esercito d'Italia. Per di più Murat contava di far leva, innalzando lo stendardo dell'indipendenza italiana, su i vecchi soldati dell'esercito italico e, in genere, sui patrioti e su tutti i sostenitori della causa napoleonica, senza contare che in realtà la popolazione, in tutte le sue classi, era stanca di quasi venti anni di continue guerre cosicché solo poche centinaia furono i volontari che accorsero al richiamo del famoso "proclama di Rimini" da lui lanciato alla nazione il 30 marzo 1815. Le prime due settimane d'aprile furono spese da Murat nel tentativo di forzare il passaggio del Po agendo separatamente con due divisioni in direzioni di Piacenza e contro la testa di ponte austriaca di Occhiobello, ma, giunta la notizia della dichiarazione di guerra da parte dell'Inghilterra che poneva in pericolo tutto il regno, fu giocoforza ripiegare su Bologna e di là per la via Emilia raggiungere la costa adriatica, Ancona ed i confini del regno.

Mentre un corpo austriaco inseguiva Murat lungo la costa ed era tenuto facilmente a bada, il comandante austriaco, il generale Bianchi, aveva inviato un altro piccolo corpo che per la Toscana ed il Lazio doveva attaccare direttamente il regno passando per Firenze, Perugia, Foligno e il passo di Colofiorito, ed a prendere le retrovie di Murat che si trovava col suo esercito tra Ancora e Macerata.

Unica possibilità di Murat era a questo punto - di battere separatamente i due contingenti che lo stringevano più da presso e la scelta di Tolentino come campo di battaglia per Gioacchino Murat era il punto migliore per dividere in modo netto le due Armate Austriache, quella del Maresciallo Bianchi (12.000 uomini circa) e quella del Generale Neipperg (11.000 uomini circa).

Il 1 maggio Bianchi  occupò Tolentino e si accampò in Località Cisterna di Tolentino con Quartier Generale nel Torrione di San Catervo ed avamposti fino al Castello della Rancia, presso la Chiesa della Maestà (attuale Cimitero) e San Giuseppe per salvaguardare le spalle dell'Esercito da eventuali attacchi provenienti dal settore di San Severino M. e dalla valle del Potenza ed al Tribbio di Pollenza. L'Armata Napoletana si fortificò in Macerata con avamposti all'Osteria di Sforzacosta.

Svolgimento della Battaglia

2 Maggio 1815

 

 

 

 

 

Sin dalle prime ore dell'alba inizia un vivissimo fuoco tra le avanguardie lungo la valle del Chienti che porta a Sforzacosta.

Bianchi avanzò speditamente per occupare uno dei punti più alti tra Macerata e Tolentino, il Monte Milone con un distaccamento considerevole di fanteria.

I lancieri Napoletani nella valle del Chienti entrarono in contatto con le avanguardie austriache, in queste prime fasi anche il Bianchi viene catturato dai Napoletani e successivamente liberato da uno squadrone di Ussari a Palmareto nei pressi di Sforzacosta. 

Murat decide di prendere possesso del Monte Milone ed ordina alla divisione D'Ambrosio e alla cavalleria della Guardia sotto Livron di avanzare ed attaccare la posizione.

Le truppe andarono in avanti, ma il 3° reggimento leggero subendo il fuoco delle batterie austriache andò in confusione, fu lo stesso Gioacchino, vista la situazione, arrivò al galoppo, smontò e si gettò fra gli uomini, li fermò e li ricondusse in prima persona all'attacco.

Ma l'attacco fu respinto ed il Generale D'Ambrosio fu ferito gravemente, ma Gioacchino tentò un nuovo attacco, questa volta con migliore successo costrinse finalmente gli austriaci a ritirarsi dalla posizione. Quella notte la divisione di D'Ambrosio, il cui comando era stato preso dal D'Aquino, si accampò sul Monte Milone (l'attuale Pollenza).I Napoletani arrivano, dopo duri combattimenti, ad occupare il fosso di Cantagallo ed il Castello della Rancia, dopo averlo per più volte conquistato e perso.

I combattimenti cessano all'una di notte e questa giornata è da ritenersi favorevole ai Napoletani.

3 Maggio 1815

Dopo il primo giorno di combattimenti il Bianchi decise di impostare una battaglia difensiva e si dispose nella maniera seguente: un distacco fu messo al sud del Chieti, mentre la linea principale venne disposta a nord sulle colline parallele al ruscello con al centro la posizione avanzata del villaggio di Casone, alla sinistra del Monte Milone e sul fianco estremo Bianchi schierò un reggimento di dragoni toscani.

Bianchi aveva approssimativamente 11.000 uomini in linea.

Da parte sua Gioacchino ordinò alla Guardia Reale di muovere all'alba lungo la valle del Chienti, per riempire lo spazio tra il fiume e la divisione di D'Aquino sul Monte Milone. Il Lecchi doveva marciare da Macerata e prendere posizione sulla destra di D'Aquino. L'intenzione del Re era d'attaccare il villaggio di Casone con la Guardia, e quando le forze austriache fossero sufficientemente impegnate, muovere in avanti con la divisione Lecchi con perno in Monte Milone per impegnare il fianco sinistro di Bianchi. Aveva ai suoi ordini circa 15.000 uomini.

Le operazioni di avanzata dell'esercito Napoletano iniziano alle ore 7, subiscono un ritardo a causa sia della fitta nebbia, sia dal deficitario rifornimento di cibo per il quale le truppe si dispersero per depredare le case.

Il Pignatelli-Strongoli giunse alle posizioni alle nove e più tardi il Lecchi.

La situazione era tragica, ma poteva essere rimediata in quanto il Bianchi non mostrò nessun segnale di passare all'offensiva.

Nelle prime fasi degli scontri i Napoletani riescono a conquistare le alture di Cantagallo ed a far indietreggiare l'esercito Austriaco nella vallata del Chienti. Il Castello della Rancia fu di nuovo centro di altri cruenti scontri e dopo essere stato perduto e riconquistato dai Napoletani fu il punto di partenza per un'ulteriore offensiva che portò i Napoletani ad occupare il Casone con aspri combattimenti alla baionetta (ore 11), ma la Guardia fu incapace di andare oltre in quanto fu bersagliata dalle batterie austriache posizionate oltre il villaggio.

Era evidente che bisognava impegnare la linea austriaca in un altro punto e quindi Murat ordinò alla divisione di D'Aquino di avanzare contro la sinistra austriaca.

Il D'Aquino decise di avanzare in "quadrati", tali formazioni inefficaci e lente per l'attacco vennero giudicate necessarie in quando il fianco destro non era coperto della cavalleria e temendo l'attacco dei dragoni austriaci.

Tale decisione fu sicuramente negativa per il prosieguo della battaglia, perché, causa la lentezza dell'avanzata, permise agli Austriaci di vincere importanti scontri e di centrare con il fuoco dell'artiglieria i "quadrati" Napoletani, che si videro costretti a ripiegare verso Monte Milone e caricati dai dragoni toscani, mentre la fanteria austriaca iniziò ad avanzare, ma i cannoni napoletani piazzati sulla cresta di Monte Milone raddoppiarono il fuoco e riuscirono a fermare l'avanzata austriaca anche perché il Bianchi non volle rischiare un movimento offensivo.. Le sorti della battaglia erano tutte da decidere e la situazione causa l'arresto dell'avanzata ed il successivo ripiegamento su Monte Milone, erano in una situazione particolarmente negativa, sia per il morale che strategicamente.

In questo cruciale momento della battaglia giunsero al Murat due dispacci che comunicavano uno la veloce avanzata dell'Armata Austriaca guidata dal Conte Niepperg, non contrastata dalla divisione del Carrascosa e l'altro gravi notizie sulla situazione interna del Napoletano e dell'Abruzzo.

Queste notizie costringevano il Murat a prendere la decisione di interrompere il combattimento ed ordinava di rientrare a Macerata per proseguire su Pescara prima che la linea di ritirata venisse tagliata in Abruzzo.

Era la fine, la ritirata iniziativa la mattina successiva sotto una pioggia torrenziale che faceva gonfiare fiumi e torrenti si trasformò poco a poco in rotta.

Morti e feriti:
  • Napoletani 1.120 ca.
  • Austriaci 700 ca.

 

Nella notte tra il 16 e il 17 maggio avvenne l'ultimo combattimento, la 4° ed ultima divisione napoletana posta a difesa della stretta di Mignano (confini della Campania) per sbarrare il passo ad una nuova colonna austriaca, la più vicina a Napoli, con il 4° Cavalleggeri.

Nella notte il maggiore austriaco d'Aspre, che si distinguerà ancora da generale a Custoza nella I^ guerra d'lndipendenza, aggirava con un migliaio di uomini, Austriaci e Toscani, la sinistra dei Napoletani le cui prime linee colte di sorpresa ripiegavano in disordine. Veniva disposto che il 4° Cavalleggeri contrattaccasse immediatamente e si faceva eseguire l'ordine nonostante che il comandante avesse obiettato che occorreva che il reggimento si schierasse senza intralci e che venisse inviato un contingente in avanguardia. Le conseguenze negative di queste cattive disposizioni non si fecero attendere. I primi cavalleggeri, investiti dalla fucileria davanti e sul fianco sinistro si ritiravano (si trattava, non dimentichiamolo, di reclute al loro primo combattimento e per giunta, notturno), e nel ritirarsi urtavano, sbandandolo, il resto del reggimento formato in colonna, e trascinandolo con loro nella ritirata. Per fermarli il comandante della divisione non trovava niente di meglio che ordinare alla fanteria di sparare sui cavalleggeri che ripiegavano ed era cosi il caos più completo: i cavalleggeri prendevano a fuggire a briglia sciolta, travolgendo nella loro fuga ogni abbozzo di resistenza che si stava approntando.

La via di Napoli era aperta e tre giorni dopo veniva firmata la "Convenzione di Casalanza" con la quale, ristabilito Ferdinando IV sul trono di Napoli, venivano confermati nei loro gradi e nei loro incarichi tutti gli ufficiali napoletani che avevano combattuto sotto Murat; un implicito riconoscimento delle loro capacità e di quelle delle loro truppe che avevano contribuito a ristabilire il buon nome dell'esercito napoletano, con troppa leggerezza screditato nelle campagne intraprese da Ferdinando IV tra il 1798 e il 1805.

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Gruppo Murat