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LEGIONI NELL'IMPERO
La dislocazione delle legioni durante il periodo imperiale ha ovviamente conosciuto modifiche, in rapporto alle esigenze militari. Per ragioni di praticità e chiarezza sottoponiamo al lettore un quadro riguardante la distribuzione delle unità legionarie cosi come risulta in diversi momenti della storia dell'impero romano, compresa fra il 23 e il 180 d.C. Occorre tenere presente che oltre ai trasferimenti, alcune legioni furono sciolte, altre costituite, altre ancora conobbero mutamenti di <cognomen>. Sotto Tiberio, come risulta da un elenco di Tacito, la situazione era la seguente:
Nell’anno 68 d.C., alla morte di Nerone:
Sotto Traiano, intorno al 115 d.C.:
Alla morte di Adriano (138 d.C.).
Con Marco Aurelio la situazione non varia di molto. La legione V Macedonica viene trasferita in Dacia e due nuove legioni, la Il e la III Italica, prendono posizione in Rezia e nel Nordico. Il periodo <classico> della Legione si chiude praticamente con i Severi. Sotto Settimio Severo si ha la costituzione della I, Il e III Parthica. La Il Parthica vien stanziata in Italia. Le altre due restano nella nuova provincia di Mesopotamia.
QUANTE LEGIONI AVEVA L'IMPERO? Augusto aveva fissato il numero delle legioni a 28, da 60 che erano alla fine delle guerre civili. In tutto 170.000 uomini circa, oltre agli ausiliari, il numero scese ulteriormente a 25 dopo la distruzione di tre unità a Teutoburgo (9 d.C.), per risalire gradualmente a partire da Caligola. Con Settimio Severo (inizio III secolo d.C.) noi troviamo la disponibilità massima di legioni, fissate a 33. Dopo i Severi e con le riforme di Gallieno e Diocleziano, non è più possibile parlare di legione in senso classico. Le nuove unità, pur mantenendo la denominazione, ebbero effettivi ridotti e compiti diversi. Nel V secolo d.C. esse erano 75. I nomi delle legioni avevano differenti origini: la provincia (o il territorio) in cui un'unità si era distinta, il nome del Principe o del generale fondatore, una divinità, il riferimento alle gesta della legione, il metodo di formazione. Al primo gruppo appartengono: I Germanica, III Gallica, III Cirenaica, IV e V Macedonica, IV Scythica, IX Hispana, X Fretense, I,II e III Italica, I,II e III Parthica. Al secondo, la II,III e VII Augusta, XX Valeria, I Mariana, IV Flavia Felix, XVI Flavia Firma, XXX Ulpia, II Traiana. Al terzo la XV Apolinaris, I Minervia, VII e XV Primigenia. Al quarto la VI Ferrata, VI Victrix, XII Fulminea, XXI Rapax, I e II Adiutrix. All'ultimo la V Alaudae, la X, XII e XIV Gemma. Erano senza “cognome” le legioni VII, XI, XVII, XVIII, XIX, XXII (quest'ultima ufficiosamente Deiotariana). La numerazione era regolarmente progressiva soltanto da I a XXII. Naturalmente alcune di queste legioni vennero sciolte o costituite in periodi diversi, da Augusto a Settimio Severo. Gallieno generalizzò la prassi dei distaccamenti e li rese definitivi come formazioni autonome regolari di fanteria mobile di 1.000 uomini ciascuna (che mantennero fino al 269 d.C. il nome di vexillationes), dislocandole in città fortificate con funzioni non tanto di presidiare, quanto componenti di riserve tattiche. Le legioni, rese meno pesanti e sempre completate dagli auxilia, rimasero a ridosso delle frontiere, ma in avamposti scaglionati in profondità sulle vie di più facile accesso; non più stemperate su un confine indifendibile, ebbero il compito di operare dinamicamente in uno spazio preciso, facendo perno sulle loro postazioni fisse, per attaccare subito sui fianchi e alle spalle le penetrazioni nemiche. Il ricorso all'ingegneria militare contribuì a rafforzare ulteriormente la difesa. I soldati dotarono di imponenti fortificazioni i maggiori centri strategici. Gli agglomerati urbani eressero o riattarono alla meno peggio le cinte murarie, spesso con soluzioni improvvisate sotto l'assillo del pericolo: ad Atene, minacciata dai Goti, il muro a nord dell'Acropoli fu innalzato distruggendo irrimediabilmente il magnifico complesso architettonico della città classica. Si trattava di opere deboli e, tuttavia sufficienti perché le raccogliticce milizie cittadine potessero tenere a bada un avversario, (al quale era ignota la tecnica di espugnare fortificazioni). Nella ristrutturazione dell'esercito, l'aspetto di maggiore rilievo va senz'altro individuato (come fanno un po' tutti gli storici nell'istituzione dei corpi di cavalleria. Certo, Gallieno non fu il primo a scoprire l’importanza bellica delle formazioni equitate, ma, con lo sguardo attento alle esperienze militari del suo tempo, seppe recepire il dato essenziale, qualitativo, dei mutamenti in corso nell'arte della guerra, perciò la truppa a cavallo andava acquistando (pur con un processo niente affatto lineare) la supremazia su quelle appiedate. Per valorizzarla, però, occorreva organizzare un'arma autonoma, bene inquadrata e adibita a compiti congeniali, non subordinati al semplice appoggio della fanteria. In tal modo, la cavalleria poteva diventare la componente imprescindibile delle formazioni campali, atte a sostituirsi, con la mobilità e la manovra, al lacerato tessuto della difesa statica: quella pesante conferiva con la carica una punta di diamante, una vera force de frappe al vecchio dispositivo, mentre gli arcieri a cavallo integravano la tattica risolutiva con l'azione distruttiva delle armi da getto. Una soluzione funzionale, però, non si esauriva nella schematica inversione del ruolo decisivo. Gallieno avverti le grandi opportunità offerte dalle formazioni equitate, ma non mancò di vederne anche i limiti. Comprese cioè che, nelle condizioni tecniche dell'epoca, esse potevano dispiegare il massimo di potenza soltanto nell'ambito di una composizione bilanciata dello strumento bellico, di una stretta cooperazione fra le diverse armi. Insomma, l'esercito imperiale, senza ripetere gli squilibri di altre esperienze, in particolare dell'iranica, doveva assimilare gli elementi positivi, innestandoli sulla tradizione militare romana, che andava integrata, corretta, rinnovata, non cancellata del tutto. All'esiguo drappello di 120 cavalieri legionari subentrò un reparto di 726 uomini, i promoti (alla lettera: quelli che stanno avanti, per indicare il loro posto nello schieramento), assegnato nell'organico della legione, ma destinato ad agire in modo indipendente. Le migliori truppe ausiliarie a cavallo divennero le unità autonome degli equites, di 1.000 effettivi ciascuna, stanziate nell'interno per costituire, con le vexillationes di fanteria mobile e, sovente, con l'aggiunta di auxilia, i raggruppamenti campali di settore. I contingenti d'élite furono riuniti nel corpo centrale di cavalleria (la creazione più originale di Gallieno) con funzioni di riserva strategica. Esordì nel 258 o 259 d.C., forse come soluzione improvvisata: presto però prese una struttura organica con le varie specialità e venne acquartierato a Milano. Nel 262, ai decennali del governo dell'imperatore, figurava sullo stesso piano dei pretoriani e comprendeva, fra le altre, le forze degli arcieri equitati dell'Osroene, a cui il principe affiancò i Dalmatae, reclutati tra le fedeli popolazioni illiriche, per non lasciare uno strumento bellico tanto importante nelle mani dei valorosi, ma infidi africani e orientali. Inoltre Gallieno istituì, con ufficiali e tribuni, iprotectores divini lateris (protettori del fianco divino), una guardia del corpo e, specialmente, un vivaio di quadri di Stato Maggiore. Infine, riorganizzò la flotta, una misura opportuna dinanzi alla recrudescenza della pirateria e alle scorrerie marittime dei barbari insediati sulle coste del Ponto. Al comando di Ateneo e di Cleodamo, essa contenne le incursioni degli Eruti, Borani e Goti; e, qualche anno dopo, agli ordini del prefetto d'Egitto di Aurelio Claudio, Tenaginone Probo, sbaragliò definitivamente l'avversario, ripristinando la sicurezza sulla principale via di comunicazione dell’impero. In circostanze quanto mai difficili venne dunque approntato un organismo bene equilibrato, capace di giungere a una soluzione strettamente militare della guerra, con una condotta strategica elaborata che, se privilegiava le forze mobili, assegnava a quelle stanziati la delicata missione di tenere le basi e il terreno, come la fanteria moderna a sostegno dei corpi meccanizzati. Essa combinava la copertura delle frontiere, il controllo dello spazio e la manovra decisiva in campo aperto, articolandosi in una difensa attiva e dinamica, che guadagnava il tempo per l'intervento delle formazioni campali, logorava e frazionava la massa d'urto dell'invasore, lo irretiva con azioni sui fianchi e alle spalle; e nell'impiego delle riserve risolvevano la partita, recidendo le linee di operazione e di ritirata del nemico, obbligandolo allo scontro a fronte rovesciato e rastrellandone i resti. Cosi, la riforma di Gallieo conferiva nuovo vigore alla strategia annientatrice romana e riproponeva all'esercito lo scopo primario di distruggere la forza bellica dell'avversario, di infrangerne la volontà di lotta. Lo strumento bellico si dimostrò subito all'altezza delle esigenze nello stroncare le rivolte di Ingenuo, di Regaliano e dei Macriani e nell'infliggere una tremenda disfatta agli Alamanni presso Milano. Inoltre, nel 267 d.C., Gallieno aggirò gli Eruli e i Goti inoltratisi nella penisola balcanica e, dopo averli battuti sul Nestus, li accerchiò nella zona di monte Gessax, sebbene la ribellione di Aureolo gli impedisse di portare a termine l'impresa: ed è stato sostenuto con probanti argomenti che la vittoria suddetta non sarebbe altro che quella di Naissos, attribuita dalle fonti senatorie ad Aurelio Claudio, il quale avrebbe invece raccolto i frutti della campagna del suo predecessore e guadagnato con poca spesa l'appellativo di “Gotico”. Certo, il rovescio della medaglia stava nella rinuncia alla tutela integrale del territorio imperiale che, nelle more dell'arrivo delle riserve, rimaneva esposto alla devastazione. Tuttavia, le disponibilità materiali non permettevano soluzioni alternative: l'esercito poteva garantire soltanto una protezione indiretta, con l'attitudine a far pagare all'attaccante uno scotto disastroso di perdite, agendo come mezzo di dissuasione, come deterrente.
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