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La Battaglia di Custoza (24 giugno 1866) Il generale Govone si è battuto molto bene, ma perché non è stato sostenuto? Bisognava sostenerlo! Bisognava sostenerlo!" Questo interrogativo che il maresciallo Moltke, maestro prussiano della strategia, si poneva nel 1868 non trova precisa risposta neppure oggi. Tuttavia una rievocazione di quelle vicende ci sembra utile perché gli errori di Custoza e di Lissa (1866), come più tardi quelli di Adua (1896), non sono molto diversi da quelli del 1917 e del 1940‑43. Dal mare di mediocrità e d’inettitudine emerse sempre qualche figura luminosa. E' questo il caso di Giuseppe Govone, il generale che a Custoza stava per vincere e avrebbe certamente vinto se ‑ come diceva Moltke fosse stato sostenuto ed è probabile che un successo nella nostra prima prova militare unitaria ci avrebbe poi risparmiato frustrazioni e complessi d'inferiorità gravidi di conseguenze. Nell'estate 1866 il giovane Regno d'Italia rompe in guerra contro l'Austria trovandosi in condizioni ideali: l'alleanza con la Prussia ci dà una superiorità di 3 a 1 sulle forze austriache del Veneto al comando dell'Arciduca Alberto. Tuttavia saremo battuti non solo per terra ma anche per mare dove pure la nostra flotta è più numerosa di quella avversaria. Le ostilità si aprono il 23 giugno. Tre quinti dell'esercito regolare (12 divisioni di fanteria, 1 divisione e 2 brigate di cavalleria, in tutto 101.660 fucili, 7.074 sciabole e 282 cannoni) sono a ridosso del confine, sul Mincio tra Mantova e Peschiera. Il comando nominale è al re Vittorio Emanuele II, quello effettivo ad Alfonso Lamarmora, presidente del Consiglio fino a pochi giorni prima. I comandanti dei tre corpi, ciascun forte di quattro divisioni, sono Durando (I), Cucchiari (II) e Della Rocca (III). Le restanti 8 divisioni di fanteria con due brigate di cavalleria (63.798 fucili, 3.000 sciabole e 354 cannoni) formano un corpo distaccato (IV) dislocato molto distante sul basso Po, agli ordini di Enrico Cialdini. Fra Lamarmora e Cialdini non c'è un vero piano comune, ma solo qualche intesa niente affatto chiara. Lamarmora pensa che l'azione principale sia quella delle proprie truppe sul Mincio. Cialdini ritiene che sul Mincio ci si limiterà ad una dimostrazione per attirarvi il grosso austriaco e facilitare a sé il passaggio del Po e l'aggiramento del « quadrilatero ». Poi si vedrà: l'ipotesi più ragionevole è che, «mascherate » le fortezze, i due eserciti si daranno la mano sui colli Euganei, marceranno uniti verso l'lsonzo e quindi punteranno su Vienna per il valico di Tarvisio, ma tutto è affidato al caso e all'improvvisazione. L'elenco delle forze italiane non sarebbe completo se dimenticassimo i circa 40.000 volontari di Garibaldi, concentrati in parte verso il Trentino, ma con alcuni reggimenti ancora in Puglia dove potrebbero servire imprese di sbarco sul litorale dalmata. Il 23 giugno il I° e il III° corpo di Lamarmora iniziano il passaggio del Mincio con 7 divisioni tra Monzanbano e Goito: due ponti sono gettati in più di quelli permanenti trovati intatti, cosa che dovrebbe insospettire. I fanti sono preceduti dalla divisione di cavalleria che deve esplorare il terreno, ma che in realtà - col pretesto della stanchezza dei cavalli ‑ non si spinge oltre Villafranca. Nessuno perciò si accorge che tutto l'esercito austriaco (71.800 fucili, 3.500 cavalli e 168 cannoni, ripartiti in tre corpi ciascuno su tre brigate, oltre ad una divisione di riserva) sta rioccupando le alture a ridosso del Mincio, i colli di Custoza e Somma Campagna dove già nel 1848 era stato battuto l'esercito di Carlo Alberto: un terreno noto in ogni particolare agli austriaci che da decenni ne hanno fatto il teatro delle loro esercitazioni. Al campo italiano vige il dogma che il nemico sia ancora lontano, dietro l'Adige, mentre invece si è già insediato sui rilievi tra il Garda e Villafranca. Veramente qualcuno è al corrente della novità. Ad esempio il sindaco di Brescia che ne informa per lettera il quartier generale. Ma la lettera sarà recapitata solo il 25,1'indomani della sconfitta... causa l'ingorgo delle poste sovraccariche di dispacci al re per l'anniversario di San Martino, la vittoria piemontese del 1859, che cadeva appunto il 24 giugno. Gli ordini italiani per il 24 prevedono che, sulla sinistra, il I corpo muova di notte, alle 3.30, con tre divisioni verso la linea Pastrengo ‑ Sommacampagna, mentre la restante divisione rimarrà di qua dal Mincio a sorvegliare Peschiera. Al centro, il III corpo di Della Rocca dovrà muovere già alle 1.30 marciando con quattro divisioni verso Sommacampagna-Villafranca. Il II di Cucchiari dovrà seguire il III con due divisioni e osservare Mantova con le altre due: di fatto nessuna divisione di Cucchiari si avvicinerà al terreno della battaglia dove le forze di Della Rocca fungeranno sia da centro sia da ala destra. E un dispositivo di marcia più che di combattimento, aggravato dal fatto che le ore di partenza sono dettate dall'alto all'ultimo minuto cosicché varie divisioni, come quella di Covone, devono interrompere la preparazione del rancio, gettando l'acqua dalle marmitte, e procedere digiune E ancora. per motivi - di sicurezza - ciascun divisionario è tenuto all'oscuro di quanto fanno gli altri: con la conseguenza, ad esempio, che Govone, nel combattimento dell'indomani, deve far esaminare le schegge dei proiettili per capire se le artiglierie che lo bersagliano dalla lontana Berettara sono austriache e non per caso nostre. Eppure quando poi Govone prospetterà a Lamarmora l'opportunità che almeno i generali (se non i semplici soldati come accadeva con Napoleone) siano informati dell'intero piano, si sentirà rispondere in piemontese un diffidente - fina a na certa mira! - (fino a un certo punto). La battaglia consiste in uno scacco non grave a sinistra, uno scacco più grave al centro dove però l'iniziativa di Govone ci ridà momentaneamente la vittoria che potrebbe essere definitiva se vi concorresse la destra che invece rimane assurdamente immobile benché nessun nemico le stia più dinanzi. Alle 7:00 la sinistra italiana, con le divisioni Cerale e Sirtori del I° corpo, si imbatte in cinque brigate austriache che la rigettano su Valeggio, dopo vivaci scontri a Oliosi e Santa Lucia del Tione. Fortunatamente la 2^ divisione italiana, lasciata a sorvegliare Peschiera, passa il Mincio per iniziativa del suo comandante, il bravo Pianell proveniente dall'esercito borbonico e perciò ingiustamente sospettato dai piemontesi. La mossa di Pianell salva la nostra sinistra dal disastro e alle 15.30 gli austriaci, tenuti in rispetto dall'artiglieria, non osano attaccare Valeggio. Al centro, la 3^ divisione granatieri, benché inizialmente sorpresa dal cannone nemico, prende di slancio le alture di Custoza rovesciando gli austriaci nel vallone di Staffalo. Ma prima delle 10:00 il IX° corpo austriaco riconquista Custoza mettendo in fuga la maggior parte dei granatieri e ferendo Amedeo di Savoia, secondogenito del re. Mentre due divisioni del III° corpo (8^ Cugia e 9^ Govone) vengono avviate dal re a riprendere Custoza, più a sud, nella piana di Villafranca si è già spento 1'unico combattimento della destra italiana, militarmente insignificante, ma celebre per la presenza del principe Umberto, futuro re d'Italia. Sei squadroni di ussari e di ulani, spericolatamente condotti da Puiz e da Bujanovichs, si erano gettati sulla 16^ divisione di Umberto che stava sboccando a Villafranca fiancheggiata dalla 7^ di Nino Bixio. Poco più d'una zuffa: formati subito i quadrati, in meno di mezz'ora la carica era sanguinosamente respinta. Effetti materiali insignificanti ma straordinari quelli morali: il gen. Della Rocca, comandante del nostro III° corpo, non vorrà più muovere da Villafranca le divisioni Bixio e principe Umberto, convinto a suo dire ‑ d'aver di fronte mezzo esercito nemico. Non è vero e Della Rocca potrebbe saperlo se mandasse in ricognizione anche uno solo dei sei reggimenti di cavalleria ai suoi ordini. Ma Della Rocca non lo fa. inoltre la voce della carica, subito ingrandita, si propaga tra i conducenti civili del carreggio che fuggono ai ponti creando panico e intasamenti. A mezza mattina l'esercito italiano non ha più un capo. Lamarmora, impressionato dalla fuga dei granatieri e dal panico tra i carriaggi, se ne va a Valeggio per organizzare la ritirata. Lascia un solo ordine a Della Rocca, quello di tenere fermo a Villafranca,. Ordine poco chiaro, che se poteva forse avere un significato quando fu impartito verso le 9:00, diventerà insensato lungo la giornata soprattutto nell'interpretazione assurda di Della Rocca. Ossia non quella di tenere comunque il possesso di Villafranca bensì quella di non muoverne mal e per nessuna ragione uno solo dei 20.000 soldati che vi si erano ammassati. Quanto al re, dopo il giusto ordine dato a Govone, che del resto lo stava già eseguendo di sua iniziativa, se ne va a Goito dove, lungo tutto il pomeriggio, si limita a bofonchiare in piemontese vaghi propositi di rivincita per l'indomani. Spedisce però a Cialdini un paio di telegrammi allarmistici e disinformati. Intanto fra le 10:00 e le 11:00 si sviluppa sulle alture centrali il contrattacco delle divisioni Cugia e Govone. La prima rioccupa vittoriosamente Monte Torre e Monte Croce. Il Govone, che all'inizio ha una sola brigata essendo stata l'altra trattenuta dal Della Rocca che poi gliela restituirà, si trova di fronte alla posizione Custoza‑Belvedere fortemente occupata dagli austriaci asserragliati nel cimitero e in quattro o cinque grosse cascine. Il generale monta un attacco in piena regola. Deposti gli zaini, la fanteria muove accompagnata dal tiro abile, benché non molto nutrito, di soli 16 cannoni, poi rinforzati da una batteria a cavallo di 5 pezzi. Verso le 11:30 ii bersaglieri del battaglione riconquistano Custoza al suono delle trombe cui fanno eco gli " urrà!" dei pochi granatieri che vi resistevano accerchiati. Un ritorno offensivo da monte Belvedere è respinto dall'artiglieria e dal 51° fanteria. Poi alle 14.45 anche Belvedere è preso d'assalto e con esso cadono a una a una tutte le cascine fortificate i cui occupanti sono fatti prigionieri. Segue un immediato contrattacco austriaco che però è rigettato soprattutto grazie al valore del 34° e 35° fanteria. « Alle 15.30 » scrive Govone nel suo rapporto « le /e posizioni tutte erano nostre. L'artiglieria cominciava a essere scarsa di munizioni. » Gli austriaci si ritirano di qualche chilometro fino a monte Molimenti, incalzati dai bersaglieri che li inseguono per mille metri oltre Belvedere. Un risultato brillante in ogni caso, ma che diventa straordinario se consideriamo che le truppe di Govone non mangiano da mezzo giorno del 23, che hanno visto il demoralizzante spettacolo dei granatieri in fuga, che ‑ per l'ingorgo delle strade ‑ sono state costrette a procedere sul terreno rotto dei campi e che grazie alle indecisioni di Della Rocca ‑ non sono giunte a Custoza tutte insieme ma diluite nel tempo a blocchi di brigata. Per un attimo Govone crede vinta la giornata e si accinge a far preparare il sospirato rancio. Sappiamo che a quell'ora anche l'Arciduca Alberto teme seriamente di essere battuto. Egli si decide al contrattacco solo dopo che gli viene confermato l'incredibile: le altre due divisioni del III° corpo italiano continuano a stare immobili a Villafranca, quasi colpite da incantesimo, come egli scriverà nella sua relazione. Verso le 16 forti movimenti di colonne austriache fanno capire a Govone che s prepara un contrattacco ed è allora che egli rivolge per iscritto a Della Rocca la sua quarta invocazione di soccorso: « Le mie truppe hanno respinto tre volte gli attacchi del nemico. Da ieri non mangiano; sono spossate dalla fatica e da, lungo combattimento. Non potrebbero resistere contro un nuovo attacco. Ma se V.E. mi manda un rinforzo di truppa fresca, m'impegno di dormire sulla posizione. Il biglietto è recato al Della Rocca dal sottotenente Manara (nipote di Luciano ma il comandante del III° corpo resta irremovibile Eppure, a ben vedere, Govone chiede poco, troppo poco: un semplice rinforzo per tenere Custoza. Sarebbe stato dovere del suo superiore non solo accordare il rinforzo, cosa facilissime dato che non più di tre chilometri separano Villafranca dall'altura di Custoza, ma altresì capire che, con mossa decisa, si poteva infliggere agli imperiali una disfatta strategica. Bastava lanciare una sola parte dei 36 battaglioni di fanteria e dei 30 squadroni di cavalleria oltre il bivio di Canfardine verso Sommacampagna e all'Arciduca Alberto sarebbe rimasta la scelta fra una ritirata precipitosa o l'accerchiamento. Ma per fare questo bisogna "vedere" la battaglia. E per vedere bisogna servirsi della cavalleria, occhio dell'esercito. Della Rocca si dimentica della cavalleria e preferisce arrampicarsi stoltamente sul tetto di una chiesa a rischio di rompersi qualcosa e senza poter distinguere null'altro ‑ come egli scriverà nelle sue memorie ‑ che filari di gelsi e fumo. Con una cavalcata di venti minuti potrebbe andare di persona a Custoza e rendersi conto della situazione. Invece se ne va a bere birra al caffè di Villefranca rispondendo negativamente alle richieste dei suoi divisionari Bixio e Principe Umberto che fremono dal desiderio di accorrere alle alture: stiano fermi e si preparino perché gli austriaci li attaccheranno. Le conseguenze sono inevitabili. Alle 17:45 le divisioni Govone e Cugia, attaccate da 23.000 uomini con 88 cannoni, lasciano le alture, salvando i pezzi e contendendo il passo al nemico in sanguinose azioni di retroguardia. A notte tutti gli italiani ripassano il Mincio con 7048 perdite contro 7646 avversarie. Gli austriaci non osano inseguire: l'Arciduca Alberto, infatti, non è pienamente convinto del successo e teme una riscossa italiana per l'indomani. Previsione più che logica dato che il nostro esercito ha ancora sette divisioni fresche corrispondenti numericamente all'intero esausto esercito imperiale. Ma quando Govone raggiunge il Quartier Generale apprende che Lamarmora ha deciso la ritirata su Cremona e Piacenza. Dapprima Govone riesce a persuadere Lamarmora a contrordinare il movimento, ma poi questi decide di ripiegare almeno dietro l'Oglio. Incontratosi con Della Rocca, Govone chiede rispettosamente perché mai gli abbia negato i soccorsi. E Della Rocca: « Bravou chiel e mi chi avia la cavaleria austriaca an facia! ». Narra Govone: « Non potei trattenermi e gli risposi: "A me è stato detto che v'erano due squadroni di ulani contro due divisioni". Per essere giusto debbo correggermi perché gli squadroni erano sei e non due... ma per contro l'intera divisione di cavalleria di linea e una brigata di cavalleria leggera, con i rispettivi capi al caffè di Villafranca, avrebbero potuto, mi pare, tener testa, senza un Principe e un brillante generale garibaldino, colle loro due quelle divisioni impazienti di correre a Custoza. Ma tregua alle dissertazioni,. . |
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