LA BATTAGLIA DI LAURIA

 07-08  agosto 1806

di

Antonio Boccia
antonioboccia66@virgilio.it

-Assedio e presa da parte delle truppe francesi di Andrè Massena-

Lauria era, nel 1806, una opulenta città lucana, situata nell’estremo lembo meridionale della Lucania, sul confine con la Calabria.  

Già nei primi mesi dell’anno le truppe imperiali transalpine avevano occupato i territori napoletani e l’esercito regio si era sbandato.

Come già nel precedente frangente, quindi, Ferdinando di Borbone era stato costretto a ritirarsi nuovamente a Palermo: egli infatti riteneva imprendibile la Sicilia, anche ai fini della futura riconquista del Paese.

Le frange popolari del Sud Italia, però, sostenute fortemente dal clero lealista, continuarono a restare fedeli alla corona borbonica: tale attaccamento, come si vedrà, fu particolarmente avvertito in Calabria e nella Basilicata.

Sicchè i successivi eventi repressivi dei francesi, volti a distruggere la resistenza, colpirono soprattutto queste due Regioni.

Qui racconteremo una storia locale, per lo più dimenticata, accaduta nell’agosto 1806: quella dell’assedio e della presa di Lauria, cittadina filoborbonica ed importante centro strategico, posto esattamente sul confine tra Calabria Citeriore e Basilicata.

A quell’epoca nella città lucana, che contava circa ottomila abitanti, dopo un’assenza forzata durata un anno, era ritornato il Vescovo crotonese Monsignor Lodovici, avendo compiuto l’opera di “Visitatore” in luogo del Ruffo nella parte settentrionale del Reame.

Sua Eccellenza viveva nell’episcopio lauriota, che vedeva una consistente presenza di Minori Osservanti, appartenenti al medesimo ordine del Prelato.

Fatto sta che, come diremo fra breve, già all’inizio dell’estate la città si ribellò alla presenza  francese.

 Non è facile ricostruire le fasi di una battaglia: nel nostro caso, poi, scarseggiano purtroppo i testi specifici e, pertanto, diviene inevitabile basarsi sulle fonti archivistiche e sulle cronache locali.

In tal senso si utilizzeranno i dispacci militari e le fonti francesi (ritenute attendibili anche perché confortate dai riscontri) per quanto riguarda l’assedio vero e proprio; mentre invece le fonti napoletane -unitamente alle cronache locali- ci saranno utili per quel che concerne la ricostruzione dell’incendio ed il sacco vero e proprio.

Purtroppo, come spesso capita nei luoghi in cui è passata la guerra, solo  una piccola parte della città medievale è giunta a noi: quindi solo con una certa difficoltà e con buona approssimazione sarà possibile intuire il teatro della battaglia lauriota e la conseguente asprezza del combattimento, dal momento che sono scomparsi -pressocchè interamente- gli antichi quartieri che furono teatro nel 1806.

Proprio analizzando i vari documenti redatti dai militari francesi dell’epoca si rileva che l’armata francese aveva già proceduto una prima volta da Napoli verso la Calabria: superate agevolmente le cittadine di Rotonda, Laino e Mormanno l’esercito napoleonico -il giorno nove marzo- affrontò le truppe borboniche a Campotenese, nei pressi di Castrovillari, ottenendo un successo notevole. Successivamente, il giorno tredici, dalle truppe transalpine venne presa la città di Cosenza ; contemporaneamente, nella provincia di Matera sbarcarono altre truppe francesi guidate dal generale Duhesme, per unirsi al grosso dell’esercito che era già in marcia per Reggio, città che fu espugnata il ventinove dello stesso mese.

Forti guarnigioni vennero quindi piazzate in vari centri strategici, tra cui anche Lauria. Sembrava così domata la rivolta filoborbonica.

Ma “molte impiccagioni e incendi producono, a quelli sperati, effetti contrari” (Relazione militare Reynier) : infatti, quale conseguenza di tale repressione, nasceva un vasto movimento di reazione.

Sicchè in maggio il Governatore francese della Provincia lucana, Generale Ducomet, scriveva preoccupato a Napoli che “il versante lucano del Pollino, le valli del Noce, del Sinni e dell’Agri sono tutte in rivolta”: come a dire che la prima spedizione punitiva dei francesi era stata praticamente vanificata. Ma Giuseppe Bonaparte  era sempre convinto che il terrore fosse il sistema migliore per intervenire e, pertanto, studiava con i propri generali un altro piano per debellare definitivamente coloro che riteneva essere solo dei volgari “brigands”, ossia comuni criminali.

Altre truppe francesi di rinforzo giunsero perciò nelle parti montane della Basilicata e della Calabria: ma, incredibilmente, i primi scontri risultarono essere favorevoli proprio agli insorti meridionali, che erano guidati da quel che restava dell’esercito borbonico e dalle poche truppe inglesi.

Inoltre numerose truppe napoletane sbarcarono su navi inglesi a Policastro, Maratea, Sibari e Policoro riuscendo a penetrare nell’interno, per riunirsi esattamente nella zona montana di confine tra Calabria e Basilicata, ossia tra Laino, Castelluccio e Viggianello.

A Lauria, come detto, era presente la guarnigione distrettuale francese, i cui soldati però “commettevano ogni genere di soprusi, profanazioni e prepotenze” (così riferisce il Vescovo di Damasco Mons. Sica in una sua opera sulla vita del Beato Domenico Lentini).

Monsignor Lodovici, però, “con intento di pacificazione, consigliava i cittadini alla calma e cercava di indurre i francesi a moderazione e rispetto. Un giorno, perciò, per placare gli animi il vescovo spinse la sua carità sino ad invitare a pranzo un buon numero di soldati. Ma essi però abusarono in modo indegno dell’eccezionale onore che era loro stato fatto, perché si abbandonarono a tavola ad ogni genere di disordine e a pranzo finito portarono via le posate d’argento che avevano adoperate” .

Questa la situazione dell’epoca, per come descritta da Monsignor Sica in una sua opera: peraltro su tale ricostruzione concordano anche le cronache locali.

Nei giorni precedenti, era stato pubblicamente bastonato il Sindaco, reo di aver fornito carne di scarsa qualità alle truppe francesi.

Il tredici luglio gli insorgenti laurioti passarono alle vie di fatto e, dopo aver indossato provocatoriamente la coccarda borbonica ed avere sfilato armati per Piazza San Nicola, assalirono il Comando francese e misero in fuga tutti i soldati presenti, che trovarono scampo solo presso il Monastero di Rivello. In questa occasione trovò la morte un alto ufficiale francese.

Contemporaneamente insorsero altri due centri lucani viciniori, ossia Maratea (sulla costa tirrenica) e Viggianello (sul Pollino) su cui si concentrarono alcune colonne dello sbandato esercito ferdinandeo.

Anche a Lagonegro una scaramuccia si risolveva in favore dei borbonici, che costringevano alla fuga le forze francesi.

Quindi il Capitano napoletano De Cardone, inviato da Palermo, prendeva  possesso di Lauria insieme a pochi altri soldati, accolto come un trionfatore dalla popolazione, mentre il Capitano Necco raggiungeva il Colonnello Alessandro Mandarini, cittadino marateota che guidava la rivolta a Maratea, nel cui porto erano intanto giunti anche gli Inglesi guidati dal Commodoro Smith (che faceva sbarcare le truppe comandate dal Capitano Richard Church: esse andavano ad affiancarsi a quelle locali guidate dal Mandarini stesso, con l’intenzione di riunirsi a Lauria).

Praticamente, in poco più di tre mesi, l’intero versante tirrenico lucano sino alle montagne campane sovrastanti Sapri, era ritornato nelle mani dei lealisti, grazie anche all’opera di Rocco Stoduti e di Don Vincenzo Peluso: tutti i centri della zona, infatti, innalzavano nuovamente il bianco vessillo borbonico.

Sul finire dello stesso mese di luglio da Santarcangelo, da Episcopia, da San Severino e da Castelsaraceno molti insorti, unitamente ai soldati dell’esercito napoletano -guidati dall’Alfiere dei Cacciatori Donato Micucci di Roccanova- raggiungevano Lauria per acquartierarvisi e resistere (si trattava della cosiddetta “colonna Micucci”, composta per lo più da sbandati del Reggimento “Lucania” – Archivio di Stato, Potenza, Sez. Processi politici) mentre contemporaneamente a Verbicaro confluivano i borbonici calabresi di Santa Domenica, di Papasidero e del Lao (A.d.S. Napoli, Relazione Pignatelli).

Nelle intenzioni  dei borbonici si voleva fermare la penetrazione francese nella parte più meridionale del Regno, per porre le condizioni di una eventuale riconquista, così come era già stato fatto sette anni prima: i francesi vennero sconfitti anche nella vicina Calabria, a Maida, dove proprio il generale Reinyer dovette subìre un pesante scacco ad opera delle truppe napoletane ed inglesi: nelle due regioni sembrava che, ancora una volta, il popolo riuscisse, come già nel ‘99, a defrancesizzare il Regno, grazie anche all’aiuto -ovviamente interessato- degli inglesi.

Anche Matera e Potenza vennero quindi ad essere minacciate da vicino, nonostante fossero presidiate da forti guarnigioni francesi.

A Lauria intanto i prigionieri polacchi venivano salvati dall’intervento del Vescovo Lodovici. Non così il Capo Eletto Antonino Segreti, accusato di essere filofrancese e quindi sbrigativamente fucilato.

L’insurrection a eclatè sur la frontier de la Calabrie Citerieure et de la Basilicata” scrive Giuseppe Bonaparte nel proprio Diario del 29.7.1806): cosa questa che di fatto costrinse il nuovo Re, esasperato dalle notizie catastrofiche, ad inviare a Lauria il feroce generale  Andrea Massena, italiano di Nizza, per reprimere la ribellione.

Questo accadeva sul finire del mese di luglio, anche se contemporaneamente si registrava la ritirata degli Inglesi, i quali abbandonavano di fatto il teatro di guerra italiano, reimbarcandosi a Maratea, a seguito degli accordi intrapresi dal Talleyrand.

Il Massena intanto arrivava in Lucania con ordini precisi e categorici: la repressione sarebbe dovuta essere “violenta e sanguinosa” .

I Francesi avevano dalla loro un corpo di spedizione composto da ben due divisioni, ognuna delle quali era composta da oltre quattromila soldati: si trattava del Ventiduesimo Reggimento di Infanterie Legere e del Ventinovesimo Reggimento dei Dragons. Altresì seguiva l’armata il Primo battaglione di Voltigeurs a cavallo.

Tra fine luglio e gli inizi del mese di agosto, quindi, il Massena partito da Napoli giungeva ad Eboli, superava Campestrino e risaliva lungo il Tanagro. Dopo essersi fermato a Sala prendeva agevolmente i paesi di Teggiano, Padula, Montesano e Casalbuono (che non opponevano alcuna resistenza) spegnendo così sul nascere le speranze dei borbonici del posto.

Poteva così dirigersi finalmente verso il focolaio della resistenza legittimista in Basilicata, ossia a Lauria.

Il “Dizionario delle battaglie”, edito da Mondadori, inquadra l’episodio che stiamo per descrivere come l’ assedio di Lauria, descrivendolo di fatto come una vera e propria rappresaglia contro i sostenitori borbonici.

In realtà il superamento della città era divenuto indispensabile per i francesi, soprattutto al fine di proseguire nella marcia lungo la consolare delle Calabrie, per i motivi strategici che sappiamo.

Non a caso il Re Giuseppe Bonaparte, proprio tre mesi prima, aveva proclamato la necessità di proseguire nella realizzazione della grande strada rotabile, che all’epoca terminava proprio nella città lucana: “La gran via che da Napoli termina a Lauria sarà proseguita sino a Rotonda; il Ministero dell’Interno farà formare il piano di lavoro necessario per condurre questa via da Lauria a Castelluccio“ (articoli 2 e 3 del Regio Decreto dell’ 8 aprile 1806).

Intanto le colonne dei soldati regolari napoletani e quelle degli insorti (tutti definiti sbrigativamente dai francesi come brigands) si erano organizzate e, perciò, si sentivano pronte ad una vera e propria resistenza.

La città si presentava ancora circondata da possenti mura normanne (il cosiddetto Muraccione) ed era chiusa da sette porte (Sant’Antuono, l’Armo,  San Giovanni, Fontana Superiore, Santa Maria, la Santa, Fontana Inferiore).

Inoltre resistevano al passare del tempo il castello feudale -anche se in disuso- gran parte della cinta muraria ed un torrione medievale, posto nel rione superiore al di sopra della cittadella fortificata dal nome arabeggiante di Cafaro, le cui stradine interne erano strette e ripide, ideali per una difesa ad oltranza e per le barricate.

Sicchè il sei agosto, senza colpo ferire, l’esercito francese raggiungeva Lagonegro, cittadina nella quale poteva tranquillamente accamparsi.

Quindi, la successiva mattina del sette, il Massena e il suo esercito dopo aver superato Rivello si portarono sul costone del Colle della Seta, che prende il nome dai campi dove si coltivava l’omonimo tessuto, una località situata proprio di fronte all’abitato lauriota.

Nelle intenzioni dei francesi probabilmente la visione di circa diecimila uomini armati avrebbe dovuto atterrire gli avversari e costringerli quindi alla resa immediata. Ma così non fu, però, perché le truppe borboniche giunte da Reggio Calabria e guidate dal Colonnello Vincenzo Versace restavano al loro posto, protette all’interno dalla cinta muraria cittadina.

Massena perciò dovette organizzare l’assalto e venne così ordinata la carica.

 

 Lo schieramento, le fasi ed il campo di battaglia

 

Era un’estate particolarmente torrida : un’enorme e plurisecolare quercia, posta tra la contrada Seta e quella chiamata Gremile, all’ingresso della città ospitò sotto i suoi rami lo stato maggiore francese: gli abitanti della zona da allora chiamano quel posto la cersa di Massena .

Raccontano le cronache che, vista vana ogni possibilità di resa, perchè gli insorgenti non solo non si disperdevano alla vista dell’Armata, ma addirittura baldanzosamente sfidavano le divisioni transalpine con urla e schioppi, il Generale pare ordinasse dapprima il cannoneggiamento del castello medievale: ma anche questa cosa non portò ad alcun risultato concreto, poichè le porte della città lucana restarono chiuse.

Quindi, secondo le fonti francesi, fu mandata agli insorti una ambasciata composta da Dragoni per ordinare -in maniera incruenta- l’immediato sgombero delle barricate e la liberazione del passaggio: anche tale richiesta venne però respinta dalle truppe borboniche trinceratesi all’interno.

Scrive Massena nelle sue Memories: “Partimmo all’alba del sette agosto e a mezzogiorno fummo in vista della Città di Lauria, uno dei focolai della rivolta, città fortificata che era occupata dai brigands”.

Secondo la ricostruzione del Gran Maresciallo francese “dapprima furono mandate due ambasciate, ma senza risultato. E poiché la campana batteva a martello da tre ore, capii subito che bisognava agire con la massima rapidità” (frase ermetica, questa, che allude ad un richiamo generale del popolo insorto e, quindi, nasconde l’immediata volontà francese di entrare in Città per incendiare le case -all’epoca costruite per la maggior parte in legno- al fine di rendere lo scontro più agevole e meno cruento per le sue truppe). 

In realtà, una volta circondata la città con l’artiglieria, Massena ordinò di colpire pesantemente le mura fortificate.

Ma procediamo con ordine: immediata è la descrizione visiva della cittadina che fa Charles De Montigny-Turpin al momento dell’assedio: “Lauria, città fortificata anche dalla natura, meglio che non avrebbe fatto l’arte di Carnet, è circondata da due larghi e profondi fossati: al punto tra essi meno largo è un ponte”.

Aggiunge il De Montigny-Turpin: “giunto in prossimità della città Massena divise l’armata in tre corpi, il primo dei quali attaccò la parte alta della Città e l’altro il Borgo inferiore; poi Massena la invase con la Riserva attraverso i campi, pigliando una via diramatesi dall’arteria principale”.

“Ma -continua- le prime truppe che si presentarono alle porte furono accolte a fucilate. Si sparava anche dai tetti di ogni casa”.

Balzano evidenti le contraddizioni nelle due ricostruzione dei fatti, poiché il De Montigny non parla di nessuna “ambasciata”, mentre invece il Massena -forse per giustificare il sacco- dichiara invece di aver spedito agli insorti ben due ambasciate, ma senza ottenerne alcun risultato.

Le cronache locali, di contro, riportano effettivamente il ricordo di un vano tentativo diplomatico -ma solo di uno- avvenuto mediante l’invio di dodici dragoni della fanteria (che però fu sdegnosamente respinto dai borbonici).

Presso l’antico ponte, posto all’ingresso dell’abitato inferiore, il passo della strada consolare era stato chiuso completamente, grazie a delle formidabili barricate: cosa questa che ovviamente impediva agli invasori di penetrare subitaneamente all’interno e di proseguire per la Calabria.

Ma il forte delle truppe italiane si trovava proprio nell’abitato inferiore (il cosiddetto Borgo): in particolare la strada principale, che tagliava la città,  era stata sbarrata in più punti con tronchi di albero, travi e macigni. Molto probabilmente, poi, proprio a difesa del passo il colonnello calabrese Versace aveva piazzato anche i cosiddetti briganti calabresi -quelli veri- spesso utilizzati dai borbonici come ultima risorsa e tanto temuti dai francesi (i quali infatti a conferma di ciò riportano nelle loro fonti di aver riconosciuto sulle barricate molti uomini dal tipico cappello nero con una penna sulla punta). Ebbe perciò inizio il cannoneggiamento e la città fu così posta sotto assedio dalle due divisioni francesi.

Nella sua Storia del Regno di Napoli il Generale Pietro Colletta riconosce -non senza una certa ammirazione- che “nè minacce nè pericoli impaurirono quelle genti” : infatti  calabresi, napoletani e lucani restarono al loro posto, nonostante la pioggia di obici che cadevano loro addosso.

Il primo tentativo di sfondare con un assalto all’arma bianca le barricate si risolse poi con un massacro di soldati francesi: non uno riuscì a penetrare. E parimenti i due successivi assalti, fermati dal fuoco dei borbonici.

Aggiunge infatti il De Montigny: “dietro la barricata sono gli insorti; le terrazze e le finestre delle case sono occupate da uomini armati di schioppo; giungono a noi da ritta e da manca palle da due oncie: ma non ci si fa caso e si prosegue al grido di Avanti, Avanti”.

La tattica venne poi improvvisamente cambiata dal Massena, con l’attacco simultaneo sia nella parte inferiore che in quella superiore della città.

Come si è visto, infatti, il Massena era stato costretto a disporre l’assalto in massa delle sue truppe, comprendendovi anche le la “riserva”, consapevole di aver trovare una accanita e dura resistenza da parte dei locali.

E quindi il generale Gardanne, insieme al generale Parroneaux con il 29° Reggimento dei Dragoni, assediò l’abitato inferiore, mentre il generale Vintimille insieme al Mermet  -con il 22° Reggimento di Fanteria Leggera- invase quello superiore, presso le tre porte principali dell’abitato.

Ma, continua De Montigny,  “le masse degli insorti, armate di fucili, sono poggiate contro i muri; altri stanno ad occupare terrazzi e finestre e altri sono al riparo, dietro macigni. Il Generale ci precede: granatieri e fanti avanzano sotto un nembo di piombo e sono sotto alle barricate. Cadono i soldati giunti per primi; altri li rimpiazzano; cadono anche questi e altri sopraggiungono. La strada è ingombra di cadaveri”.

I francesi insomma iniziarono a penetrare e, al rullare dei tamburi, si sparsero per ogni dove : sicchè la lotta divenne disperata…

E infatti il Turpin conferma: “solo dopo una furiosa lotta durata un giorno le truppe francesi riescono a sfondare le barricate, poste all’ingresso del Borgo, grazie ad un impetuoso urto d’assalto”.

Infatti in città la resistenza era accanita e violenta, e i cecchini erano stati piazzati con cura in ogni abitazione: sicchè nel rione inferiore gli invasori vennero costretti a combattere all’arma bianca, casa per casa, sotto il fuoco incrociato dei cecchini, con l’obiettivo immediato di stanare innanzitutto i franchi tiratori.Ma evidentemente più che problematica la presa della città era impossibile: infatti il combattimento durò per tutta la notte, perché -come sappiamo- il Borgo era racchiuso nelle mura e le stradine interne erano assai strette e anche occupate da tutto il materiale possibile.

Contemporaneamente, però, le altre truppe francesi, guidate di persona dal Massena, stavano cercando di prendere a tenaglia la parte media dell’abitato superiore, penetrandolo in due punti, ossia dai campi posti nei pressi del Convento e dalla località oggi detta Manzipoli.

Tale movimento prevedeva un’azione congiunta con i soldati di Gardanne: l’intento era senz’altro quello di riunire i due corpi d’assalto e poi, una volta presa Lauria superiore,  ricongiungersi alle truppe di Vintmille, che intanto cercava di sfondare le ulteriori barricate poste nella parte bassa della città.

Questi, come visto, era infatti riuscito ad entrare -anche se con estrema difficoltà- nell’abitato inferiore. Ma tutta la popolazione resisteva: perciò agli assalitori non era possibile andare avanti, se non con enorme fatica e con dispendio di forze e di uomini, così come confermano tutti i vari resoconti militari, successivamente inviati a Giuseppe Buonaparte.

Riportano le fonti napoleoniche dell’epoca che “alfine il ponte è spazzato: le trombe suonano la carica, ma un fremito esalta però quelle masse di uomini. Una grandine di proiettili viene dalle finestre e dai terrazzi a colpire dragoni e soldati”. Sicchè il combattimento diventò più efferato, con dei corpo a corpo, e molti soldati francesi restarono ammazzati sul posto o comunque fermi in attesa dei rinforzi che dovevano prendere alle spalle i resistenti.

De Montigny ammette: “Ufficiali e Dragoni sono uccisi, ma uccidono e schiacciano. Gardanne si avanza; finalmente arriva Massena con la riserva”.

Siamo alla giornata dell’8 agosto: scrive il Viceconti nella sua opera sul Sacco che “da una casa della strada che pigliò il nome dall’Ammiraglio Ruggiero alcuni cittadini spinsero un’ala del vecchio muro che, precipitando dall’alto e sgretolandosi, tanti uccise di soldati quante pietre aveva”: si riuscì così a ritardare l’ingresso in città delle truppe francesi, che erano pronte all’accerchiamento finale.

Intanto nel quartiere Castello una donna, Angiola Perrone, riuscita a salire sulla torre della Chiesa di San Nicola, suonava a distesa la più grossa campana per comunicare il grave pericolo: i francesi erano entrati anche nel rione Superiore!

Probabilmente era questa l’occasione che il Massena aspettava per azzerare la resistenza con il mezzo più immediato e violento: l’incendio.

De Montigny racconta: “A difesa, contro la baionetta francese, si ricorse ad ogni mezzo da parte degli insorti: ove mancò il fucile supplirono la scure, le pietre e i fiotti di acqua bollente. Ma la baionetta ovviamente fa il suo mestiere: né grazia né pietà” .

A tale proposito ha scritto il Duca di Lauria Pietro Ulloa (ultimo Premier borbonico, nato a Lauria, figlio del Feudatario Giovan Battista e di Elena O’Raredon): “con gran coraggio traevano tutti , uomini e donne, alla difesa: tanto che i francesi -maggiormente irritati dalla resistenza- ardevano la città”. I cosiddetti Volteggiatori -un corpo scelto di Dragoni- erano riusciti a penetrare per primi in Lauria inferiore: si trattava di soldati mercenari corsi, di lingua e cultura italiana: il loro compito era quello di ripulire le strade per permettere il passaggio dei corpi militari a cavallo. Certamente anche loro, entrati tra i primi, dovettero subire pesanti perdite. De Montigny ne descrive l’ingresso in Città: “venne così sciabolato, sfondato e schiacciato tutto ciò che per la lunga strada di Lauria va dal ponte in diritta linea alle Calabrie. Però, allo sbocco di tale strada, che conduce a Castrovillari, trovammo un’altra barricata: anche qui una grandine di palle vomita da tutte le finestre”.

Nonostante l’accanita resistenza, a causa del grande numero di assaltatori -soprattutto dragoni e volteggiatori i quali procedevano all’arma bianca- dovettero cedere, una dopo l’altra, tutte le porte cittadine presso le quali si era maggiormente concentrata la resistenza.

Ma i francesi trovavano ugualmente una serie di inaspettati ostacoli, continui e non prevedibili, con barricate, trabocchetti e quant’altro.

Ulloa: “Istizziti dalla resistenza, i francesi ardevano la città, e così l’ 8 agosto, solo a sera, il valore fu soverchiato dal furore”.

Le forze erano davvero impari, perchè -come visto- l’esercito francese contava circa novemila soldati armati di tutto punto.

I napoleonici una volta penetrati all’interno delle mura divelsero immediatamente le porte della città medievale.

Furono poi incendiate le prime case e, insieme ad esse le due Chiese madri di S. Nicola e di S. Giacomo; fu poi completamente devastato e distrutto, purtroppo, anche il Monastero di S. Berardino, i cui frati vennero trucidati senza pietà.

La lotta si protrasse per due giorni, perché “il calabrese non fugge e, se scappa, prima di ritirarsi colpisce con il coltello: il valore non è esclusivamente francese ” (così è costretto a riconoscere il Turpin ).

Lo stesso De Montigny scrive, inoltre, con malcelata ammirazione  che “furono viste donne in gran numero ed anche giovinette difendere le proprie case e il proprio onore e, dunque, preferire la morte alla violazione del focolare domestico”.

La città però aveva ceduto perchè, nonostante l’eroismo dei suoi abitanti, gli assedianti avevano vinto. Conclude, invero, il De Montigny : “fu notato, non senza un generale senso di stima, che neppure uno solo,  in mezzo allo spavento, ebbe a gettare via la sua arma”.

Le truppe napoletane vennero però spazzate vie, anche perché di molto inferiori nel numero.

E la punizione per Lauria fu purtroppo il saccheggio. De Montigny scrive infatti : “Non resterà fabbricato in piedi e bivaccheremo tutti, Maresciallo e soldati, sulle pietre  insanguinate di una città che è diventata una fornace ardente”.

Aggiunge il Colletta: “Lauria fu arsa dal vincitore, sicchè bruciarono con l’abitato anche alcuni dei rimasti cittadini, i più deboli ed innocenti”.

Viceconti : “In quella febbre di devastazione niente fu risparmiato e si tirò persino contro la statua di San Giacomo, eretta su una alta guglia della Chiesa del Purgatorio”.

Andò così distrutto anche l’archivio municipale, quello del giudicato e il magnifico complesso francescano dei Minori, in cui il giorno prima erano stati trucidati dodici (secondo altri tredici) Frati Osservanti, gelosi custodi di una biblioteca medievale, i cui antichissimi testi andarono perduti per sempre nell’incendio. Fu incendiata la Chiesa della Sanità e devastato  anche l’annesso ricovero.

Il giorno nove, infine, l’ampio piazzale posto avanti la cappella di S. Rocco (ossia l’attuale villa comunale) venne destinato a luogo di raccolta delle vettovaglie saccheggiate: l’immenso bottino fu venduto per la somma di novantamila ducati ai mercanti che, come sciacalli, seguivano l’armata

Il saccheggio fu  generale, “generale il pianto, la desolazione e il lutto” (scrive nella cronaca del 1846 Raffaele Lentini, il quale aveva vissuto in prima persona da ragazzo l’eccidio di quarant’anni prima).

Massena riferì al suo Re che “la città di Lauria,  con settemila abitanti, si presenta ormai ridotta ad un mucchio di rovine, perché tutto è stato distrutto dalle fiamme”.

I francesi, nelle loro fonti, contarono appena ventisei morti per la presa della città (venticinque soldati ed un ufficiale) : ma tali cifre  -per quanto riguarda la parte assediante- paiono poco credibili e sono certamente approssimate per difetto, perché -di contro- oltre mille difensori (circa cinquecento per le fonti francesi, di cui oltre trecento militari) caddero sotto il ferro nemico nelle due terribili giornate di battaglia.                                   

Il Maresciallo Massena ricevette la Legion d’onore da Napoleone, quale “vincitore di Lauria”.

 

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      aprile, 2006